Il discorso e le sue parti

Parti del discorso
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Parti variabili del discorso:

Da Treccani: in italiano le parole appartenenti ad alcune parti del discorso sono soggette a flessione; presentano cioè diverse terminazioni a seconda del numero, del genere, o (come particolarmente i verbi) della persona, del tempo (coniugazione verbale) e del modo (modi del verbo). Queste parti del discorso sono perciò dette variabili.
Nondimeno sono invariabili anche alcune parole classificate generalmente nelle parti del discorso variabili. Esse si presentano in un’unica forma, sempre la stessa, per numero (crisi, caffè) e anche per genere (cantante, giudice, pianista, ecc.). Sono i cosiddetti nomi di genere comune.

Le parti variabili del discorso sono quindi: nome, articolo, aggettivo, pronome e verbo. Esse sono elencate nella sezione di sinistra.
Attivando le singole voci si accede ad informazioni più dettagliate sull'argomento scelto.
Naturalmente questo schema vuole essere di "pronta consultazione" e quindi tratta soltanto le parti essenziali. Nulla impedirà che per il prossimo futuro si possa pubblicare qualche articolo sulle singole voci che sia più puntuale, tecnico ed esaustivo.
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Nome:

La parola nome ci viene dal latino nomen, e con essa indichiamo persone, animali, cose, azioni, qualità, avvenimenti. sensazioni eccetera.
Per poter avere un quadro schematico organico, si usa suddividere i nomi in base a diversi criteri logici di raggruppamento.
Il primo criterio che prendiamo in considerazione è quello che divide i nomi in base alle realtà rappresentate. Questa logica di raggruppamento prevede due categorie:

Nomi concreti;
Nomi astratti


I nomi concreti indicano cose che possiamo percepire con i sensi (vista, udito, odorato, gusto, tatto).
Per differenza i nomi astratti sono tutti gli altri (idee, concetti, avvenimenti eccetera).
Non sempre è facile distinguere il nome concreto da quello astratto. Ci sono delle aree che possiamo considerare "di confine" tra le due categorie e molte volte il criterio in base al quale si sceglie è soggettivo e non oggettivo. Un angelo è concreto per chi ci crede, astratto per chi non è credente. Ognuno può provare a pensare ad altri esempi. Occhio è certamente un nome concreto, ma se si dice che uno ha occhio per il bello, occhio è astratto o concreto?
La suddivisione tra nomi astratti e concreti ha origine recente e per la prima volta la si trova nella "Grammatica ragionata della lingua italiana" di Carlo Antonio Vanzon del 1834.
Distinguere in base a questo criterio è difficile e talvolta addirittura artificioso; dal punto di vista grammaticale, inoltre, è del tutto irrilevante perché non ha nessuna ricaduta nella costruzione della frase.
Una seconda suddivisione ci porta a distinguere tra:

Nomi comuni;
Nomi propri;


I nomi comuni indicano esseri o cose della stessa specie, mentre i nomi propri indicano esseri o cose particolari e possono essere nomi propri, cognomi, soprannomi, pseudonimi, nomi di animali. Possono essere anche nomi di cose, prevalentemente in campo geografico, ad esempio l'isola d'Ischia, il monte Bianco. I nomi propri vanno scritti con l'iniziale maiuscola. Ci sono nomi propri che diventano comuni e si scrivono con la minuscola, quando si associa per antonomasia ad un certo comportamento la qualità che è stata propria di chi ha posseduto quel nome. Per esempio, ricco come un creso.
Secondo la leggenda Creso, come il suo antenato Mida, aveva il dono di trasformare in oro quello che toccava. Per la storia Creso è stato l'ultimo re della Lidia, oggi parte della Turchia, e fu vinto dai persiani.

Nomi maschili;
Nomi femminili;


E' evidente il riferimento al sesso di una persona o di un animale. La cosa diventa più complicata quando si tratta di cose, che sesso non hanno. Come si fa a capire se un nome è maschile o femminile? Non esiste una regola. Fiore è maschile, però rosa, che è un fiore, è femminile. Giglio è maschile. Normalmente i nomi che finiscono in "a" sono femminili e quelli in "o" maschili. Ma non è regola assoluta. Il collega e la mano sono solo due delle tantissime eccezioni. Per gli alberi da frutto si una il genere maschile per la pianta e quello femminile per la frutta. La pera nasce sul pero e la mela dal melo. I nomi di città in genere sono femminili: la bella Roma, Genova la superba. Ma Il Cairo rompe l'armonia. Mari, oceani e monti sono in genere maschili: Il Pacifico, il Cervino.
Ma la Maiella, la Marmolada, le Alpi, la Sila?. I nomi delle nazioni invece non hanno regole: la Francia, il Belgio, la Germania, il Portogallo. Anche qui mediamente sono femminili quelli che terminano con la a e maschili il resto, ma poi ci sono il Canada, il Venezuela, il Guatemala ed altri a rompere l'armonia.
Poi ci sono nomi femminili che si riferiscono sia a maschi che a femmine: la sentinella, la guida. In assenza di regole certe, nel dubbio c'è solo il vocabolario.

Falsi cambiamenti di genere;

Ci sono nomi che hanno la forma maschile e la corrispondente forma femminile che però indica una diversa cosa.
Il collo non è il maschile della colla come la porta non è il femminile del porto. Altri esempi: ballo->balla, cavalletto->cavalletta, branco->branca eccetera.

Nomi plurali;
Nomi singolari;


Questa ripartizione ha come logica il numero di persone, animali o cose indicate. Come suggerisce lo stesso termine, il singolare indica un solo elemento, mentre il plurale due o più.
I nomi, passando dal singolare al plurale, mutano terminazione.
Un piccolo vademecum guida:
finale al singolare caratteristica plurale esempi
-a maschili -i Il musicista, i musicisti
-a femminili -e porta, porte
-o maschili -i porto, porti
-ca e -ga maschili -chi e -ghi duca, duchi, il collega, i colleghi
-ca e -ga femminili -che e -ghe amica, amiche, la collega, le colleghe
-co e -go parole piane -chi e -ghi palco, palchi, albergo, alberghi
-co e -go parole sdrucciole -ci e -gi portico, portici, asparago, asparagi
-cia e -gia con la i tonica -cie e -gie farmacia, farmacie, bugia, bugie
-cia e -gia con la i atona -ce e -ge buccia, bucce, foggia, fogge
-io con la i accentata -ii brusio, brusii
-io con la i atona -i ciglio, cigli

Nota: le parole piane sono quelle con l'accento sulla penultima sillaba e le sdrucciole sulla terzultima.
Naturalmente la regola sopra esposta è solo "di massima". Ci sono numerosissime eccezioni: centinaio->centinaia; uomo->uomini, tempio->templi, manico->manici o manichi. Altri nomi cambiano la regola per evitare confusioni. Esempio: principio->principii; principe->principi. Non è possibile in questo contesto elencarli tutti.

Nomi difettivi;

Con questo termine si indicano i nomi che hanno solo il singolare o solo il plurale e quindi "mancano" di qualcosa.
Hanno solo il singoare: sete, latte,pazienza, coraggio, superbia. Hanno solo il plurale: ferie, forbici, pantaloni, stoviglie, masserizie.
In genere (é solo un orientamento e non una regola ferrea) sono difettivi del singolare i nomi che si riferiscono ad una pluralità oppure ad oggetti formati da più elementi oppure ancora sono nomi che già nel latino erano difettivi. I nomi difettivi del plurale sono in genere nomi astratti, nomi di malattia, nomi di generi alimentari eccetera.
Soprannome
Pseudonimo


Ne abbiamo accennato prima: il soprannome è un nome che viene imposto a qualcuno deducendolo da una caratteristica fisica o da un difetto o da una virtù.
Il pittore Jusepe de Ribera (Xàtiva (Spagna) 1591 – Napoli 1652), pur essendo nato in Spagna, trascorse la sua vita a Napoli ed era chiamato "lo Spagnoletto". Questo soprannome evidenziava contemporaneamente le sue origini e la sua bassa statura. Lo pseudonimo invece deriva da una scelta libera da parte di chi lo adotta, in genere per celare la propria identità o per mascherare un cognome poco bello. Avviene frequentemente in campo artistico. Quanti conoscono Maria Luisa Ceciarelli? Però Monica Vitti forse la conoscono in tanti. La notissima Sofia Loren in realtà si chiama Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone. Un'attrice non può chiamarsi Ceciarelli o Scicolone, sono nomi lunghi, scomodi e bruttini. Vitti o Loren scorrono meglio e fanno presa più facilmente. Oggi lo pseudonimo si indica anche con alias. In campo musicale, in particolare nella sfera della musica rock, dove domina l'inglese, si usa anche l'acronimo aka (che sta per also known as).
Abbiamo detto che i nomi propri indicano persone o cose particolari. Però, in particolare per i cognomi, non è possibile averne così tanti che possano identificare in modo univoco ogni singola persona. Intanto le persone della stessa famiglia hanno lo stesso cognome, ma anche persone estranee si possono trovare ad avere un cognome uguale. In questo caso si parla di omonimia, dal greco omòs cioé uguale e ònoma cioè nome.

Nomi individuali
Nomi collettivi


E' abbastanza facile intuire che i nomi individuali identificano un singolo essere o cosa, mentre i nomi collettivi indicano una massa, una comunità. Casa, treno, padre sono nomi individuali, mentre famiglia, bestiame, pur essendo singolari, si riferiscono a più soggetti.

Sinonimi

I sinonimi, dal greco syn cioè insieme e ònona cioé nome, sono parole diverse ma che esprimono lo stesso concetto e che sostanzialmente hanno lo stesso significato, al più differente per sfumature.
Un esempio: cognome e casato, porta e uscio, asino e ciuco. Non sempre il discorso consente l'intercambiabilità dei sinonimi; casa e casato, per esempio, spesso si usano come sinonimi, però si abita in una casa ma non in un casato!

Nomi indipendenti
Nomi mobili


Ci si riferisce a come si atteggiano nel loro femminile: i nomi sono indipendenti quando il loro femminile è un nome del tutto indipendente:
uomo->donna, padre->madre, marito->moglie.
Sono mobili invece quelli che mutano solo la terminazione: alunno->alunna.

Nomi comuni
Nomi promiscui


Si chiamano nomi comuni quelli che hanno la stessa forma sia per il maschile che per il femminile: (un) artista, (una) artista. Al plurale le due forme in genere si distinguono.
Si chiamano invece promiscui quei nomi che indicano sia il maschio che la femmina: la gazzella per esempio; a differenza di prima, il gazzella non esiste. Per indicarne con precisione il sesso bisogna rifinirlo.
Ad esempio: la volpe femmina, il maschio della volpe eccetera.

Nomi sovrabbondanti;

Si dicono sovrabbondanti quei nomi che hanno sovrabbondanza di forme, al singolare e al plurale o solo nel plurale.
Orecchio->orecchi; orecchia->orecchie significano la stessa cosa.
In genere sovrabbondano al plurale quei nomi che al singolare indicano due cose diverse con lo stesso termine: braccio (del corpo unamo) -> braccia; braccio (di ogni altro tipo)->bracci.

Nomi derivati
Nomi alterati


I primi sono quei nomi che derivano da un altro nome, ma indicano altre cose: da libro viene libraio e libreria.
Gli altri invece mantengono lo stesso significato del nome da cui derivano, ma con sfumature diverse: casa, casetta.
I nomi alterati si classificano, in base ai suffissi uati, in: diminutivi, vezzeggiativi, accrescitivi, dispregiativi. (casa, casina o casetta, casuccia, casona, casaccia).

Nomi composti;
Sono composti quei nomi che derivano da più nomi: passaporto, capostazione eccetera. Il problema di questi nomi è la forma plurale. Sono talmente tanti e vari che non è utile dare una regola tranne che per i composti nome+aggettivo nei quali, di massima, si fanno entrambe al plurale: pellerossa, pellirosse. Per il resto un buon vocabolario.
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Articolo:

L'articolo (dal latino articulus = piccola articolazione) è quella parola che precede il nome e ne indica il genere e il numero. Da solo non ha nessun senso, ma messo davanti ad una parola la trasforma in sostantivo.

Articoli determinativi
Articoli indeterminativi


La prima categoria serve ad indicare esseri o cose prese in senso determinato, la seconda viceversa. Gli articoli determinativi maschili sono: al singolare, "il" e "lo" che fanno rispettivamente al plurale "i" e "gli". Per il femminile abbiamo soltanto "la", al plurale "le". Gli articoli indeterminativi hanno solo il singolare. In base alla definizione data, sarebbe un controsenso che avessero il plurale. Essi sono "un" e "uno" per il maschile e "una" per il femminile.
Come si usano gli articoli?
il e i davanti alle parole comincianti per consonante tranne i casi indicati sotto
lo, gli, uno davanti alle parole comincianti per vocale, per s impura, x, z, gn, pn, ps
un in tutti i casi nei quali non si usa uno
la, le, una davanti alle parole comincianti per vocale o consonante
"La", "lo" e "una" davanti a parole che cominciano con vocale si elidono in (l') , (un').


Preposizioni articolate
Articoli partitivi


Le preposizioni articolate sono composte da una preposizione semplice (vedi voce) e da un articolo determinativo.
Se la preposizione articolata, nel discorso, può essere sostituita da un po’ di (al singolare) e da alcuni/alcune (al plurale), allora è articolo partitivo.
Voglio bere del barbera del Monferrato: il primo del è articolo partitivo, il secondo rimane preposizione articolata. Gli articoli partitivi sopperiscono spesso alla mancanza del plurale degli articoli indeterminativi: ho visto dei campi allagati, ha perso dei bottoni della giacca.
Schema delle preposizioni articolate:

***illolaiglile
dideldellodelladeideglidelle
aalalloallaaiaglialle
dadaldallodalladaidaglidalle
innelnellonellaneineglinelle
susulsullosullasuisuglisulle

Volutamente é stata omessa la combinazione di "con" perché oggi poco usata tranne che nel caso "col" (con+il) che al plurale fa "coi".
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Aggettivo:

La parola aggettivo deriva dal latino adiectivus, cioè che va ad aggiungersi. L’aggettivo è una parte variabile del discorso che esprime gli attributi di qualità, quantità ecc. della persona o della cosa indicata dal sostantivo a cui si riferisce.
La divisione tradizionale degli aggettivi individua due grandi categorie:

Aggettivi qualificativi
Aggettivi determinativi

Della prima categoria fanno parte quegli aggettivi che determinano una qualità, un caratteristica, un modo di essere. (Bello, alto, gentile).
Sono invece determinativi (o indicativi) quegli aggettivi che aggiungono al nome una determinazione di spazio, tempo, possesso, quantità. (Questo, quello, mio, molto, poco).
Analogamente a quanto visto per i nomi, anche gli aggettivi possono essere:

Aggettivi primitivi;
Aggettivi derivati;
Aggettivi Alterati;
Aggettivi composti;

I criteri sono gli stessi indicati per i nomi: bello è primitivo, marziano è derivato, rossiccio è alterato, agrodolce è composto.

Genere;
Numero;

Gli aggettivi non hanno genere e numero propri, ma seguono il nome al quale fanno riferimento.
Di massima, se terminano con le vocali "o", "a", "e", al plurale le trasformano rispettivamente in "i", "e", "i".
Troppo bello e troppo semplice per essere vero! Ma se l'aggettivo si riferisce a nomi di genere diverso come si comporta? In questo caso va al maschile.
Luigi e Giacomo sono bravi; Anna e Maria sono brave; Luigi e Maria sono bravi.
Per la maggior parte gli aggettivi al plurale seguono le stesse regole dei nomi. Gli aggettivi composti formano il plurale solo con la seconda parte. (italo-americano, italo-americani).
Casi particolari: bello (con le sue forme bel, bello, bella, bei, begli, belle), si comporta come l'articolo determinativo; buono invece si comporta come l'articolo indeterminativo.

Aggettivi invariabili o indeclinabili;

Si definiscono aggettivi invariabili quelli che mantengono la forma del singolare anche al plurale. Qualche esempio:
- Alcuni aggettivi di colore (blu, lilla, viola, arancione, granata, marrone, rosa);
- Tutti gli aggettivi di colore quando precedono un aggettivo (una giacchetta rosso acceso);
- I tre aggettivi : pari, impari e dispari ( il 2 e l'8 sono numeri pari);
- Qualche aggettivo di origine straniera (pop, snob etc.).
Peraltro si legge sull'Accademia della Crusca: "Come tutti i termini che designano i colori (i cromonimi), marrone e arancione sono sia sostantivi (in contesti come “il marrone è un colore caldo”, o “l’arancione sta tra il giallo e il rosso”) sia aggettivi (in contesti in cui sono associati a nomi “occhio marrone”, “segnale arancione”); i problemi relativi alla loro morfologia aggettivale, al centro dei dubbi dei nostri lettori, spingono tuttavia a prenderne in considerazione entrambe le funzioni, sia nella valutazione dei risultati (se è corretto dire “scarpe marroni” allora è accettabile anche “i marroni di questo quadro”), sia nel corso della spiegazione, poiché la funzione nominale sembra avere un ruolo nella determinazione della morfologia dell’aggettivo."
Gli aggettivi che appartengono alla categoria degli invariabili, come abbiamo visto, sono di vario genere: terminano con la vocale accentata; sono monosillabici; accorciati; aggettivi femminili in -i; sequenza aggettivo di colore + nome relativo; composti con anti + un nome eccetera.
Qualche altro esempio: un numero pari, i numeri pari; la maglia blu, le maglie blu; una lampada rosa, delle lampade rosa.

Aggettivi sostantivati;
Aggettivi con valore avverbiale;

Gli aggettivi sostantivati (detti anche nominalizzati) sono aggettivi che assumono la funzione di nome. Sono preceduti dall’articolo determinativo o indeterminativo o da un altro elemento come un aggettivo numerale, dimostrativo, indefinito. Il ricco, un povero etc. Generalmente in questi casi c'è un sostantivo sottinteso.
Quando l'aggettivo non si accompagna ad un nome o ad un pronome, ma ad un verbo, assume il valore di avverbio e resta invariato: scrivi chiaro, scrivete chiaro.
Per una maggiore precisione: si chiamano attributivi gli aggettivi legati ad un nome (Luisa ha una faccia bella); predicativi quando fanno parte di un predicato nominale (Buffon è bravo); avverbiali quando modificano il significato di un verbo e assumono (come detto) valore indeclinabile.

Aggettivo positivo, comparativo, superlativo:

L'aggettivo positivo è quello che indica la qualità pura e semplice, senza termni di paragone. Da notare che il termine positivo si riferisce esclusivamente all'aggettivo e non alla qualità espressa. Esempio: Giovanni è brutto; brutto è positivo, anche se indica una qualità negativa.
L'aggettivo comparativo stabilisce un confronto fra due elementi. La gradazione della qualità è messa a confronto con quella posseduta da un altro termine di paragone.
Si distinguono tre tipi di aggettivi comparativi:
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Comparativo di maggioranza, che si forma aggiungendo l’avverbio più all’aggettivo qualificativo. (la girafffa è più alta del cavallo).
Comparativo di minoranza, che si forma aggiungendo l’avverbio meno all’aggettivo qualificativo. (il cavallo è meno alto della giraffa).
Comparativo di uguaglianza, che mette a confronto una o più qualità possedute da entrambi i termini della comparazione; il secondo termine di paragone è introdotto dagli avverbi quanto o come. (Tu sei alto come me).
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Il superlativo esprime l’intensità massima di una qualità in relazione ad altre grandezze (superlativo relativo) o in senso assoluto (superlativo assoluto).
Già dalla definizione abbiamo capito che esistono due gradi di questo aggettivo, ed abbiamo visto come si atteggiano. Un esempio per chiarire: Luigi è studiosissimo; Luigi è il più studioso della sua classe. Il primo è comparativo assoluto. Il secondo è relativo. Luigi rispetto alla sua classe studia di più, ma se la classe di Luigi è una classe di ciuchi, ci vuole poco ad emergere e nulla vieta che Luigi sia ciuco a sua volta, anche se meno degli altri. (Inter coecos regnat luscus - vedere detto). I superlativi si ottengono col suffisso "issimo" o "errimo" a seconda degli aggettivi. Gli aggettivi che terminano con "dico", "fico" e "volo" vogliono il suffisso "entissimo".
(forte-> fortissimo; celebre-> celeberrimo; malefico->maleficentissimo). Oltre che ai suffissi si fa ricorso anche a dei prefissi: "arci", "Extra", "stra" eccetera. A volte si ricorre alla ripetizione dell'aggettivo o all'uso di avverbi come molto, assai, straordinariamente eccetera.
Ultima curiosità: il superlativo assoluto di buono sarebbe ottimo, ma anche buonissimo ormai è molto usato.

Aggettivi numerali;

Per aggettivi numerali si intendono quegli aggettivi che indicano quantità ( numerali cardinali) oppure l'ordine in una sequenza ( numerali ordinali).
Alla prima voce appartengono tutti i numeri (uno,due, mille, un milione ......). Cardinale viene da cardine ed i numeri sono il cardine della numerazione.
Alla seconda voce appartengono i numeri di "posizione" (primo, terzo, sesto, millesimo, ecc;)
Anche i numerali, al pari degli altri aggettivi, possono essere usati come come aggettivi sostantivati (è partito in quarta). Inoltre possono essere usati in senso figurato o estensivo (ho due cose da dirti). Quel due non significa 1+1, ma alcune.
Piccole curiosità: I numeri cardinali sono tutti invariabili, tranne l'uno che ha il femminile una che però si confonde con l'articolo indeterminativo una.
Il numero tre non ha l'accento, ma lo hanno i suoi conposti (trentatré, centotré).
Milione, miliardo e composti vogliono la preposizione "di": un milione di euro.
I numeri possono essere scritti sia in cifre che in lettere. Generalmente si ricorre alle cifre per evitare parole troppo lunghe: è certamente più comodo scrivere euro 1457,95 che non euro millequattrocentocinquantasette e novantacinque centesimi.
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Numerali frazionari, moltiplicativi, distributivi, collettivi:
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I numerali frazionari sono composti da un cardinale (numeratore) ed un ordinale (denominatore) ed indicano frazioni. Mezzo (metà) può diventare aggettivo e si atteggia come il nome che lo accompagna (mezzo litro, mezza pagnotta).
I numerali moltiplicativi indicano quante volte è moltiplicata una quantità: doppio, triplo, centuplo.
Nota: i moltiplicativi in -plo sono diversi da quelli in -plice. Mentre quintuplo significa cinque volte, quintuplice significa 5 distinte parti.
I numeri distributivi indicano come sono distribuiti oppure ordinati esseri e cose: due per volta, a due a due, tre ciascuno.
I numerali collettivi indicano un dato numero considerato come un solo insieme: coppia, trio, quartetto, paio.
Dulcis in fundo: molti aggettivi sono anche pronomi, dipende da come giocano nel discorso. Per evitare inutili doppi dicorsi, essi vengono trattati nei pronomi.
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Pronome:

Il termine pronome ci viene dal latino "pro" (al posto di, che fa le veci) e da nomen. Quindi i pronomi sono parole che stanno generalmente al posto del nome, però possono sostituire anche altre parti del discorso ( predicato verbale, aggettivo, proposizione).
In base al loro significato ed alla loro funzione possiamo dividere i pronomi in:
personali Io, tu, egli, ella, lui, lei, esso, essa, noi, voi, essi, esse,loro
possessivimio, mia, miei, mie,tuo, tua, tuoi, tue,suo, sua, suoi, sue,nostro, nostra, nostri, nostre, vostro, vostra, vostri, vostre, loro, loro, loro, loro
dimostrativiquesto, questa, questi, queste, codesto, codesta, codesti, codeste, quello, quella, quelli, quegli, quei, quelle
indefinitiqualcuno, alcuno, nessuno............
relativiche, il quale, la quale............
interrogativichi?, quale?, quanto?............
esclamativiche!, quanto!............

Pronomi personali:
I pronomi personali soggetto si riferiscono alle persone del discorso: il pronome personale soggetto indica la persona che parla (prima persona), i pronomi personali complemento indicano chi ascolta (seconda persona) e ciò di cui si parla (terza persona).
I pronomi della prima e della seconda persona, sia singolare che plurale, sono invariabili, mentre la terza persona singolare e plurale ha forme diverse al maschile e al femminile.
Egli ed ella sono utilizzati in riferimento a persona, esso ed essa in riferimento a cose, animali ed entità astratte.
I pronomi personali oggetto possono essere: complemento oggetto, complemento di termine o altro complemento. Alcuni esempi
La sua macchina ostacola, la vuole spostare?
Che bel libro! Lo voglio comprare.
E' la prima volta che esco con lei.
Una terza categoria di pronomi personali è legata al verbo. Generalmente una coppia di pronomi precede il verbo: me la mangio, me la vedo, me lo prendo. Nel caso di gerundio, infinito, imperativo e raramente participio passato, la coppia di pronomi si lega al verbo come parola unica. Esempi:
La partita la vinceremo giocandocela.
Smettete di cantarvela da soli. (Notare che in questo caso il verbo perde la finale)
Dimmelo in faccia, se osi.

soggetto complemento
forme toniche forme atone
iomemi
tuteti
egli, essolui, sélo, gli, si, (ne)
ella, essalei, séla, le, si, (ne)
noinoici
voivoivi
essiloro, séli, si, (ne)
esseloro, séli, si, (ne)

Le forme toniche (o forti) sono quelle che hanno accento proprio, seguono generalmente il verbo e possono avere le preposizioni. Hanno la funzione di complemento oggetto o di complemento indiretto.
Le forme atone (o deboli) non hanno preposizioni, precedono il verbo o, se lo seguono, si fondono con esso. Sono dette anche particelle pronominali e possono avere la funzione di complemento oggetto o di termine.
(Parlo di te, quando lo vidi, lascialo!, Ho fatto una torta e te ne ho dato una fetta) .
I pronomi riflessivi sono una sottoclasse di pronomi personali e sono così chiamati perché fanno le veci della persona che compie l'azione. (Io mi lavo).
I pronomi allocutivi (dal latino àlloquor, rivolgere la parola), sono quei pronomi personali che usiamo quando ci rivolgiamo a qualcuno. La forma confidenziale è il "tu". Nelle forma di cortesia si usano Ella, Lei e Loro. Il Voi non è più molto usato perchè ricorda troppo il"Ventennio"; nel Sud però lo si usa ancora regolarmente ed è diffuso anche nella corrispondenza commerciale. Normalmente si scrivono con la maiuscola.
Il plurale maiestatis si ha quando si usa il plurale della prima persona singolare riferendosi a se stessi. Si adotta nei documenti e nei discorsi ufficiali di persone autorevoli.
Pronomi possessivi:
I possessivi sono pronomi (o aggettivi) che indicano il possessore. (Nota: il termine possessore va inteso in senso lato). Esempio: la mia città; è la città dove abito, della quale certamente non ho il "possesso" inteso in senso giuridico. La mia casa, invece, indica possesso e proprietà - salvo ipoteche.
Il possessivo svolge la funzione di pronome quando sostituisce il nome dell’oggetto posseduto; in caso contrario resta aggettivo. (La mia [aggettivo] macchina é meno veloce della tua [pronome].
I pronomi principali sono sei: mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro.
Il pronome loro è invariabile e il genere ed il numero si identificano tramite l'articolo usato (il loro, la loro, i loro, le loro). Tutti gli altri hanno sia il femminile che il plurale.
Altri pronomi sono: proprio (propria, propri, proprie) e altrui (invariabile).
Quando proprio si riferisce a 1a o 2a persona è sempre rafforzativo (l'ho pagato di mia propria tasca). Se invece si riferisce a terza persona allora può stare da solo: Ha pagato di tasca propria.
In molte frasi i pronomi possesssivi non stanno al posto di precedenti nomi, ma di sostantivi sottintesi, di cui hanno assunto il significato. Esempio: fate attenzione, non è dei nostri. In questo caso il sottinteso può essere amici, compagni, iscritti eccetera.
Nelle forme di cortesia anche i pronomi possessivi si scrivono di norma con la maiuscola: ho ricevuto la Vostra (o Vs.) offerta....)
Pronomi dimostrativi:
Gli aggettivi e i pronomi dimostrativi indicano la posizione di una persona o di una cosa nello spazio e nel tempo. Eccone i principali:
Questo: indica esseri oppure oggetti vicini a chi parla.
Codesto: indica esseri oppure oggetti vicini a chi ascolta.
Quello: indica esseri oppure oggetti lontani sia da chi parla che da chi ascolta.
Stesso e medesimo: indicano identità o possono essere usati col significato di perfino. (Andiamo in vacanza allo stesso posto. Lui stesso si è meravigliato)
Tutti questi pronomi possono essere aggettivi ed hanno il plurale ed il femminile sia singolare che plurale.
Ci sono altri dimostrativi che restano sempre pronomi:
Ciò: si dice in sostituzione di questa cosa. (Tu hai detto così, ma ciò non va bene). Questo pronome è invariabile.
Questi e quegli: sostituiscono questo e quello: gli fu detto di andarsene, ma questi non voleva ascoltare. Sono entrambi invariabili.
Costui, costei, costoro (plurale sia maschile che femminile), colui, colei, coloro (plurale sia maschile che femminile). (Carneade, chi era costui? dice Don Abbondio nei "Promessi Sposi".)
Tale: Se ha valore di quello è pronome dimostrativo (Quel tale ha fretta). Negli altri casi ha valore di aggettivo.
Pronomi indefiniti:
Si chiamano indefiniti quei pronomi (o aggettivi) che designano esseri o cose in modo generico ed indeterminato. A differenza dei precedenti, di numero contenuto, i pronomi indefiniti sono in grande numero e quindi è impossibilee elencarli tutti.
Come gli aggettivi indefiniti, i pronomi indefiniti si possono suddividere in quattro categorie: singolativi, collettivi, quantitativi, negativi.
I pronomi indefiniti singolativi indicano una persona o una cosa singola in modo non precisato.
I pronomi indefiniti si usano per sostituire sostantivi che indicano persone o cose in modo generico, senza precisare con esattezza la quantità o la qualità. Alcuni pronomi hanno maschile, femminile, singolare e plurale e sono sia pronomi che aggettivi: alcuno, altro, altrettanto, diverso, parecchio, molto, poco, tanto, troppo, tutto, tutti.
Altri pronomi hanno solo due forme; altri ancora una sola: il singolare oppure il plurale.
uno, una (pronome e aggettivo); qualcuno, qualcuna (solo pronome); ciascuno, ciascuna (pronome e aggettivo); ognuno, ognuna (solo pronome); nessuno, nessuna (pronone e aggettivi) certi, certe (pronome e aggettivo); certuni, certune (solo pronome).
Sono pronomi con una sola forma che non cambia e vale per tutte le persone o le cose:
chiunque (per le persone); qualcosa, niente o nulla (per le cose). Sono tutti solo pronomi.
Uno, come pronome indefinito, equivale ad "un tale" (c'è uno che chiede di te. ). Al plurale è usato in relazione con altri. (....e gli uni e gli altri erano commmossi).
Pronomi relativi:
I pronomi relativi sono quei pronomi che mettono in relazione tra loro due proposizioni. Essi sono: che, il quale, cui, chi, quanto. Che è invariabile e serve per maschile e femminile e relativi plurali. Può essere soggetto (dammi il disco che sta sul divano), oppure oggetto (il disco che ho ascoltato).
Si usa al posto di il quale, la quale eccetera perché è più agile. Può essere usato anche come complemento temporale (E' un'ora che ti aspetto).
Cui, come che, è invariabile. Si usa solo come complemento ed è sempre preceduto da preposizioone. (di cui, a cui, per cui....).
Anche chi è invariabile ed è sempre riferito a persona.
Chi, che, colui, quanto, oltre che relativi, possono anche essere aggettivi e pronomi interrogativi ed esclamativi.
Sono interrogativi quando pongono una domanda diretta ed esclamativi quando introducono un'esclamazione.
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Verbo:

Il verbo (dal latino verbum, "parola") è una parte variabile del discorso che indica un'azione che il soggetto compie o subisce, l'esistenza o uno stato del soggetto, il rapporto tra il soggetto e il nome del predicato. Come il nome, così anche il verbo ha una parte invariabile (che si chiama radice) ed una variabile (desinenza o terminazione).
Nella maggior parte dei casi ogni verbo ha un soggetto col quale concorda: se il soggetto ha la seconda persona singolare, anche il verbo sarà di seconda persona singolare.
Le persone del verbo sono sei: 1a, 2a, 3a persona singolare e le corrispettive 1a, 2a, 3a persona plurale.
Quando il soggetto è sottinteso, lo ricaviamo dalla terminazione del verbo (oggi giocate, sottinteso voi; oggi giochiamo, sottonteso noi.).

Modi e tempi dei verbi:
ModiTempi sempliciTempi composti
IndicativoPresentePassato prossimo
ImperfettoTrapassato prossimo
Passato remototrapassato remoto
Futuro sempliceFuturo anteriore

CongiuntivoPresentePassato
ImperfettoTrapassato

Condizionale presente passato

Imperativo presente ---------------

Infinito presente passato

Participio presente ---------------
passato ---------------

Gerundio presente passato


I modi dei verbi si dividono in modi finiti (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo) e modi indefiniti (Infinito, participio e gerundio).
L’indicativo è il modo della realtà: presenta l'azione come certa, reale ed oggettiva. Come evidenziato nella tabella precedente si compone di quattro tempi semplici e quattro composti.
Il congiuntivo esprime possibilità, desiderio, incertezza o dubbio. E' formato da due tempi semplici e due composti.
Il condizionale, lo dice la stessa parola, indica azioni sottoposte a condizione. Ha un solo tempo semplice ed uno composto.
L’imperativo è il modo del comando, dell’invito, dell’ordine. Ha un solo tempo semplice, il presente, ed è privo della prima persona singolare.
L'infinito è il modo per esprimere un'azione in forma generale; ha valore di verbo e di nome. (voglio leggere; leggere è utile). Ha due soli tempi: uno semplice ed uno composto.
Il participio partecipa al valore del verbo e dell'aggettivo. Ha due soli tempi entrambi semplici.
Il gerundio indica il modo dell'azione o il modo dell'azione rispetto ad un'altra. Ha un tempo semplice ed uno composto.
Nei tempi semplici si coniuga il verbo. Per quelli regolari cambia solo il suffisso aggiunto alla radice. Nei tempi composti ad essere coniugato è l'ausiliare con l'aggiunta del participio passato del verbo. (esempio: giocare, io gioco: indicativo presente; io giocherò: futuro semplice; Avrò giocato: futuro anteriore.
Considerando quindi l'importanza che essi hanno, converrà per prima cosa illustrare il comportamento degli ausiliari.

I verbi ausiliari per eccellenza sono essere ed avere. Come dice il loro nome (auxiliaris, che aiuta) sono importanti perché aiutano gli altri verbi nella coniugazione.
Sono due verbi irregolari e la loro coniugazione si impara a memoria e la riteniamo nozione acquisita da parte di tutti i lettori. Il participio passato di essere è "stato" ed è usato dal verbo essere come ausiliario di se stesso, perché i suoi tempi composti sono formati dal tempo semplice con l'aggiunta di "stato" il quale, in questa circostanza, assume la forma di "stati" per le persone plurali.
Il verbo essere, che da solo significa esistere, stare, trovarsi, serve per coniugare i verbi passivi, riflessivi e reciproci, molti intransitivi e nei verbi usati col si impersonale o passivante. (si è visto il mare).
Quando ci si trova di fronte all'ausiliare essere, per capire se si tratta di verbo passivo o altro, si ricorre ad un semplice metodo: se il verbo essere può essere sostituito dal verbo venire senza alterare il senso della frase, allora è un passivo. Prendiamo ad esempio la frase io sono distratto: sostituendo essere con venire sarebbe una frase monca, perché manca il complemento agente. Infatti in questo caso distratto viene usato come aggettivo. Io sono distratto dal rumore: ora è una forma passiva. Quando il verbo essere è unito a nome o aggettivo prende il nome di copula e forma con essi il predicato verbale. Il verbo avere si usa invece per formare i tempi dei verbi transitivi attivi. Ci sono verbi che possono avere entrambi gli ausiliari. Poiché anche in questo caso, come in altri già incontrati, ci sono solo regole di massima ma non assolute, nel dubbio non bisogna esitare a servirsi di un buon vocabolario.

Per coniugazione si intende l'insieme ordinato delle modificazioni che il verbo subisce nella persona, nel modo e nel tempo. I verbi italiani si possono classificare il tre grandi gruppi:
1a coniugazione: verbi che terminano in "are";
2a coniugazione: verbi che terminano in "ere";
3a coniugazione: verbi che terminano in "ire";
Come esempio riportiamo, nelle tabelle sottostanti, la declinazione di tre verbi regolari, uno per desinenza. Per la prima coniugazione abbiano usato il verbo mangi-are, la cui radice è "mangi". Per la seconda cred-ere (radice cred) e per la terza sent-ire (radice sent).

Indicativo
SoggettoPresentepassato prossimoImperfettoTrapassato prossimo
iomangioho mangiatomangiavoavevo mangiato
tumangihai mangiatomangiaviavevi mangiato
lui/lei/esso/essamangiaha mangiatomangiavaaveva mangiato
noimangiamoabbiamo mangiatomangiavamoavevamo mangiato
voimangiateavete mangiatomangiavateavevate mangiato
loro/essimangianohanno mangiatomangiavanoavevano mangiato
Passato remotoTrapassato remotoFuturo sempliceFuturo anteriore
iomangiaiebbi mangiatomangeròavrò mangiato
tumangiastiavesti mangiatomangeraiavrai mangiato
lui/lei/esso/essamangiòebbe mangiatomangeràavrà mangiato
noimangiammoavemmo mangiatomangeremoavremo mangiato
voimangiasteaveste mangiatomangiereteavrete mangiato
loro/essimangiaronoebbero mangiatomangerannoavranno mangiato
Congiuntivo
PresentePassatoImperfettoTrapassato
(Che) iomangiabbia mangiatomangiassiavessi mangiato
tumangiabbia mangiatomangiassiavessi mangiato
lui/lei/esso/essamangiabbia mangiatomangiasseavesse mangiato
noimangiamoabbiamo mangiatomangiassimoavessimo mangiato
voimangiateabbiate mangiatomangiasteaveste mangiato
loro/essimanginoabbiano mangiatomangiasseroavesssero mangiato
CondizionaleImperativo
PresentePassatoPresente
iomangereiavrei mangiato
tumangerestiavresti mangiatomangia
lui/lei/esso/essamangerebberoavrebbe mangiatomangi
noimangeremmoavremmo mangiatomangiamo
voimangeresteavreste mangiatomangiate
loro/essimangerebberoavrebbero mangiatomangino
GerundioInfinito
PresentePassatoPresentePassato
Mangiandoavendo mangiatomangiareavere mangiato
Participio
PresentePassato
Mangiantemangiato



Indicativo
SoggettoPresentepassato prossimoImperfettoTrapassato prossimo
iocredoho credutocredevoavevo creduto
tucredihai credutocredeviavevi creduto
lui/lei/esso/essacredeha credutocredevaaveva creduto
noicrediamoabbiamo credutocredevamoavevamo creduto
voicredeteavete credutocredevateavevate creduto
loro/essicredonohanno credutocredevanoavevano creduto
Passato remotoTrapassato remotoFuturo sempliceFuturo anteriore
iocredetti /credei)ebbi credutocrederòavrò creduto
tucredestiavesti credutocredraiavrai creduto
lui/lei/esso/essacredette (credé)ebbe credutocrederàavrà creduto
noicredemmoavemmo credutocrederemoavremo creduto
voicredasteaveste credutocredereteavrete creduto
loro/essicredettero (crederono)ebbero credutocrederannoavranno creduto
Congiuntivo
PresentePassatoImperfettoTrapassato
(Che) iocredaabbia credutocredessiavessi creduto
tucredaabbia credutocredessiavessi creduto
lui/lei/esso/essacredaabbia credutocredesseavesse creduto
noicrediamoabbiamo credutocredessimoavessimo creduto
voicrediateabbiate credutocredesteaveste creduto
loro/essicredanoabbiano credutocredesseroavesssero creduto
CondizionaleImperativo
PresentePassatoPresente
iocredereiavrei creduto
tucrederestiavresti credutocredi
lui/lei/esso/essacrederebbeavrebbe credutocreda
noicrederemmoavremmo credutocrediamo
voicrederesteavreste credutocredete
loro/essicrederebberoavrebbero credutocredano
GerundioInfinito
PresentePassatoPresentePassato
credendoavendo credutocredereavere creduto
Participio
PresentePassato
credentecreduto



Indicativo
SoggettoPresentepassato prossimoImperfettoTrapassato prossimo
iosentoho sentitosentivoavevo sentito
tu sentihai sentitosentiviavevi sentito
lui/lei/esso/essasenteha sentitosentivaaveva sentito
noisentiamoabbiamo sentitosentivamoavevamo sentito
voisentiteavete sentitosentivateavevate sentito
loro/essisentonohanno sentitosenyivanoavevano sentito
Passato remotoTrapassato remotoFuturo sempliceFuturo anteriore
iosentiiebbi sentitosentiròavrò sentito
tusentistiavesti sentitosentiraiavrai sentito
lui/lei/esso/essasentìebbe sentitosentiràavrà sentito
noisentimmoavemmo sentitosentiremoavremo sentito
voisentisteaveste sentitosentireteavrete sentito
loro/essisentironoebbero sentitosentirannoavranno sentito
Congiuntivo
PresentePassatoImperfettoTrapassato
(Che) iosentaabbia sentitosentissiavessi sentito
tusentaabbia sentitosentissiavessi sentito
lui/lei/esso/essasentaabbia sentitosentisseavesse sentito
noisentiamoabbiamo sentitosentissimoavessimo sentito
voisentiateabbiate sentitosentisteaveste sentito
loro/essisentanoabbiano sentitosentisseroavesssero sentito
CondizionaleImperativo
PresentePassatoPresente
iosentireiavrei sentito
tusentirestiavresti sentitosenti
lui/lei/esso/essasentirebbeavrebbe sentitosenta
noisentiremmoavremmo sentitosentiamo
voisentiresteavreste sentitosentite
loro/essisentirebberoavrebbero sentitosentano
GerundioInfinito
PresentePassatoPresentePassato
sentendoavendo sentitosentireavere sentito
Participio
PresentePassato
sententesentito

Non tutti i verbi sono regolari. Come abbiamo già visto essere ed avere non lo sono. Riuscire a trattarli tutti è impossibile.
I verbi non sono irregolari in tutti i tempi: alcuni lo sono al presente, altri al futuro o condizionale o al participio passato o in più tempi.
Vediamo i verbi irregolari più importanti: andare, bere, dare, dire, fare, morire, produrre, rimanere, riuscire, salire, scegliere, sedere, spegnere, stare, tenere, tradurre, uscire,venire.
Ci sono alcune particolarità che riguardano i verbi regolari che portano delle piccole varanti alla regola generale. Non sono eccezioni alla regolarità del verbo ma derivano da necessità di scorrevolezza nella pronuncia.
I verbi che terminano in care e gare prendono una h davanti a desinenze che cominciano per (e) oppure (i). Non si dice tu reci, ma tu rechi. L'aggiunta della lettera h serve a mantenere la durezza della c o della g.
I verbi in -ciare, -giare, -sciare perdono la i finale della radice davanti a desinenze che iniziano per (e) o per (i). Vedere il verbo mangiare coniugato interamente sopra. Non diciamo mangi-eremo, ma mang-eremo perché è più elegante, musicale e scorrevole.
I verbi in gliare perdono la i davanti alle desinenze comincianti per (i). (origli-iamo non va bene. Origl-iamo è corretto)
Altri verbi la cui radice termina in i (...i-are), se hanno la i accentata la mantengono anche davanti ad un'altra i (io avvi-o, tu avvi-i). In caso contrario la perdono (io studi-o, tu stud-i).
Verbi in gnare: dice la Treccani che i verbi in -gnare mantengono nella desinenza di alcune voci una -i- puramente grafica (non viene pronunciata e non serve a indicare la corretta pronuncia del gruppo gn). In particolare si comportano in questo modo: 1a prima persona plurale dell’indicativo presente e del congiuntivo presente e la seconda persona plurale del congiuntivo presente: noi maligniamo (non malignamo), noi sogniamo (non sognamo), che voi bagniate (non bagnate), che voi regniate (non regnate).
La grafia senza -i-, pur giustificata dal punto di vista della pronuncia, è sconsigliabile.
I verbi della seconda coniugazione si dividono in due gruppi: quelli che hanno la desinenza accentata (tem-ére) e quelli con la terminazione senza accento (prém-ere)-
I verbi in -cere, -gere, -scere mantengono la c dolce davanti a (e) ed (i). Se però hanno l'accento sulla desinenza (tac-ére) allora mantengono sempre la c dolce ed inseriscono una i davanti alle desinenze che cominciano in (a), (o), (u) e raddoppiano la c davanti alla (i) (Quindi non tac-iamo ma tacc-iamo). Alcuni verbi della terza coniugazione inseriscono il suffisso isc tra la radice e la desinenza (patire, io patisco, finire, io finisco). Molti verbi hanno la doppia forma.
Il participio presente può essere in -iente o in -ente.

Forma dei verbi:
Il verbo può avere due forme: attiva e passiva.
Si ha la forma attiva quando il soggetto compie l'azione, passiva quando la subisce. (Paolo ama Francesca; Francesca è amata da Paolo)
Le forme passive sono sempre forme composte dal verbo essere + participio passato del verbo in questione. Per contrario non tutte le forme composte col verbo essere sono passive.

Verbi transitivi, intransitivi e riflessivi:
Sono transitivi i verbi che fanno passare l'azione direttamente dal soggetto all'oggetto: Maria apparecchia la tavola. Sono intransitivi i verbi che non fanno passare l'azione direttamente sull'oggetto ma hanno bisogno di preposizioni. Quindi non si può dire : io gioco il calcio, ma bisogna dire : io gioco AL calcio.
In modo molto elementare si dice che un verbo è transitivo quando ammette il complemento oggetto; diversamente è intransitivo. Naturalmente alcuni verbi possono essere usati sia in modo transitivo che intransitivo. (L'acqua rovina i raccolti; l'acqua rovina a valle).
La conseguenza di quanto sopra è che solo i verbi transitivi possono avere la forma passiva perché se non c'è il complemento oggetto non si può rovesciare la frase e farlo diventare soggetto.
I verbi riflessivi sono quelli che fanno ricadere l'azione compiuta sul soggetto che la compie, cioé la "riflettono". (Io mi lavo). Nella coniugazione dei verbi riflessivi vanno inserite le particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi, si.
Naturalmente non tutte le forme che mostrano particelle pronominali sono riflessive: per avere una forma riflessiva la particella pronominale deve essere complemento oggetto.
Ci sono verbi nei quali la particella fa parte del verbo stesso (avviarsi, incamminarsi, pentirsi). Questi verbi si chiamano intransitivi pronominali, e sono verbi riflessivi con valore intransitivo.
Nella frase "all'improvviso si videro sbucare degli uomini" figura un "si" che non è riflessivo e nemmeno intransitivo pronominale. Gli uomini che sbucarono non videro se stessi, ma fu qualcun altro che li vide. In casi del genere quel "si" si chiama passivante perché dà valore passivo al verbo attivo cui si accompagna. E' una forma impersonale e si usa solo nella terza persona singolare o plurale.

Verbi servili, verbi difettivi:
I verbi servili sono dovere, volere e potere. I verbi servili vengono coniugati al posto del verbo principale il quale resta all'infinito. (Io parto, io devo partire). Nel secondo caso il verbo servile è servito a dare una maggiore enfasi, un senso di obbligo al verbo partire.
I verbi difettivi invece sono quelli che mancano di una o più voci. Sono diversi e ne omettiamo l'elenco. La cosa più importante è che se il verbo manca del participio passato allora vuol dire che non ha i tempi composti, ma solo quelli semplici. (Per esempio splendere e soccombere).
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Parti invariabili del discorso:

A questo gruppo fanno capo le parti del discorso contenebti parole che mantengono sempre la stessa forma. Esse sono gli avverbi e le locuzioni avverbiali , le preposizioni (purché non articolate, altrimenti la flessione si verifica normalmente), le congiunzioni e le interiezioni .
Queste parti del discorso vengono perciò dette invariabili.
Esse sono elencate nella sezione di destra e, per avere maggiori informazioni, basta attivare la relativa voce.
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Avverbio:

L’avverbio è una parte invariabile del discorso la cui funzione è determinare il significato di un verbo , un aggettivo o un altro avverbio.
Esempi: Michela va spesso a Roma, Michela va molto spesso a Roma, Roma è molto grande).
La parola avverbio deriva dal latino ad verbum, cioé accanto al verbo.
A seconda della funzione che svolgono, gli avverbi si suddividono in diverse categorie: avverbi di luogo, di tempo, di modo, di quantità, di negazione, di dubbio, di affermazione, interrogativi, esclamativi, presentativi.
Per locuzione avverbiale si intende un gruppo di parole avente funzione di avverbio (tra poco, di corsa, per sempre). Le locuzioni avverbiali hanno le stesse categorie degli avverbi. Esse possono essere formate da: preposizione + aggettivo o sostantivo o avverbio oppure dalla ripetizione di sostantivi, aggettivi o avverbi.

Avverbi di luogo:
Gli avverbi di luogo servono a specificare il luogo nel quale si svolge un’azione oppure si trovano esseri o cose oppure ancora la distanza di una persona o di un oggetto rispetto a chi parla o ascolta.
Sono avverbi di luogo: qui, qua, quassù, quaggiù. Qui, qua e derivati indicano un luogo vicino a chi parla.
Analogamente costì, costà indicano un luogo vicino a chi ascolta e lì, là, colà, lassù, laggiù indicano un luogo lontano sia da chi parla che da chi ascolta.
Ancora altri avverbi sono quivi, ivi, dove, ovunque, dovunque, dentro, fuori, sopra, sotto, dietro, davanti, vicino, accanto, lontano, intorno, su, giù.
Le locuzioni avverbiali di luogo sono del tipo: di qui, di là, di su, .....

Avverbi di tempo:
Gli avverbi di tempo indicano il tempo, la circostanza o il periodo in cui avviene un fatto espresso da un verbo, un aggettivo o un altro avverbio.
Essi sono: ora, adesso, ormai, subito, prima, dopo, sempre, spesso, talora, ancora, tuttora, già, mai, presto, tardi, oggi, domani, stamani, recentemente, successivamente, ed altri omessi.
Le locuzioni avverbiali di tempo sono del tipo: di sera, di giorno, una volta, un tempo....

Avverbi di modo:
Gli avverbi di modo (o di maniera) rispondono alla domanda: come? Essi indicano il modo col quale viene fatta un'azione o come si presenta una qualità. (parlare dolcemente, riassumere brevemente).
La maggior parte degli avverbi di modo sono formati dall'aggettivo femminile + il suffisso "-mente". (lenta-mente, corretta-mente).
Se gli aggettivi terminano in -le, -re perdono la "e" finale( da agile -> agil-mente).
Alcuni aggettivi maschili restano invariati anche come avverbi (parlare chiaro, parlare piano, gridare forte).
Ci sono avverbi che derivano da sostantivi o verbi con l'aggiunta di "-oni" (andare tast-oni, da tastare).
Infine ci sono alcune forme avverbiali proprie che derivano dal latino (bene, male, peggio ecc).
Gli avverbi di modo, come gli aggettivi da cui derivano, hanno il comparativo (uguaglianza, minoranza, maggioranza) ed il superlativo (relativo e assoluto).
Alcune forme particolari di comparativo e superlativo sono riportati nella tabella sottostante:
aggettivoavverbiocomparativosuperlativo
buonobenemegliobenissimo o ottimamente
piccolopocomenopochissimo o minimamente
moltomoltopiùmoltissimo o assai

Avverbi di quantità:
Gli avverbi di quantità sono quelli che rispondono alla domanda: quanto? ed indicano una quantità generica in relazione al fatto espresso da un verbo, da un aggettivo o da un altro avverbio..
Sono avverbi di quantità: poco, molto, assai, parecchio, abbastanza, niente, più, meno eccetera.
Le locuzioni avverbiali di tempo sono del tipo: di più, di meno, all'incirca, per nulla....

Avverbi di affermazione:
sì, certamente, sicuro, sicuramente, davvero, proprio ....
Locuzioni avverbiali: di certo, di sicuro, ....

Avverbi di negazione:
no, né, neanche, neppure, .... con le locuzioni per nulla, nient'affatto, ......

Avverbi di dubbio:
forse, probabilmente, possibilmente, ....

Avverbi interrogativi:
dove?, come?, quando?, perchè?
Come curiosità: tre di questi avverbi, unitamente a chi? e cosa?, formano la regola base del giornalismo anglosassone, detta regola delle 5 W:
Who? (Chi?), What? (Cosa?),When? (Quando?),Where? (Dove?),Why? (Perché?).

Avverbi esclamativi:
dove!, come!, quando!

Avverbi presentativi:
ecco.
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Preposizione:

La preposizione (dal latino praeponere ‘mettere davanti’) è quel termine invariabile del discorso, di norma parola breve, che si mette davanti a nomi, aggettivi, pronomi, verbi all'infinito e avverbi per porre in relazione, a vario titolo, le parti di una proposizione tra loro.
L’insieme formato dalla preposizione e dalla parola che la segue si chiama complemento preposizionale.
Si può distinguere tra preposizioni proprie, improprie e locuzioni prepositive.
Le preposizioni proprie sono quelle che possono essere usate solo con valore di preposizione. Esse sono: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra. Ad eccezione di tra, fra e per, che non possono essere articolate, le altre preposizioni, come abbiamo visto nel paragrafo degli articoli al quale rimandiamo, possono essere articolate, cioè unite ad un articolo.
Con, sebbene possa essere articolata, nel linguaggio corrente si usa solo nella forma "col" con il suo plurale "coi".
Le preposizioni improprie possono essere avverbi, participi o aggettivi. Qualche esempio: sopra, sotto, davanti, dietro, dopo, dentro, fuori, contro, oltre, senza, presso.
Come si fa a distinguere quando queste locuzioni sono avverbi e quando preposizioni? Semplice: sono avverbi quando non hanno complemento e sono preposizioni quando invece figura un complemento, cioé precedono un nome, un pronome o un infinito. (Fabio abita sotto -- avverbio; il gatto è sotto la tavola -- preposizione).
Le locuzioni propositive sono gruppi di parole usate come proposizione. Le più frequenti sono: fra di, su di, vicino a, senza di, a causa di, .......). Sono usate spesso come preposizioni davanti ai pronomi personali. (Tra di noi, vicino a te).
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Congiunzione:

Si definiscono congiunzioni quelle parole che uniscono tra loro due termini della stessa proposizione o due diverse proposizioni.
Esempio: dammi la biro e un foglio di carta: la "e" unisce due termini della stessa proposizione; ne discuteremo quando ci vedremo: "quando" congiunge discuteremo e vedremo.
Superfluo dire che le congiunzioni sono invariabili.
Rispetto alla forma, le congiunzioni si distinguono in semplici (o, e, nè, ...), composte (oppure, purché, .....) e locuzioni congiuntive (per il fatto che, ogni volta che, .....).
In rapporto alla loro funzione invece esse si dividono in coordinative e subordinative. Le coordinative congiungono elementi di una stessa proposizione o proposizioni indipendenti.
Le subordinative congiungono due proposizioni delle quali una dipende dall'altra.
Congiunzioni coordinative
CongiunzioniDescrizione
copulativecongiungono tra loro due termini. Sono positive: e, pure, eppure, anche, ..... sono negative: né, neppure, neanche, ....
disgiuntiveSeparano due elementi escludendone uno. (o, oppure, ovvero, ossia, .....)
avversativeCreano contrapposizione tra due termini (ma, però, tuttavia, invece, .....)
dichiarative
o esplicative
Spiegano o dichiarano un fatto o un concetto (cioé, infatti, invero, ad esempio, .....)
conclusiveArrivano ad una conclusione (dunque (vedi il detto: arrivare al punto o venire al dunque), quindi, pertanto, ebbene, .....)
correlativeMettono in relazione due o più elementi e sono, di fatto, copulative o disgiuntive accoppiate. (e .... e, né ...... né, tanto ..... quanto)
Congiunzioni subordinative
dichiarativeIntroducono proposizioni soggettive, oggettive o dichiarative. (che, come, .... ; esempio: credo che lui abbia torto)
temporaliIntroducono una proposizione temporale. (quando, mentre, allorché allorquando, ......)
causaliIntroducono proposizioni causali. (poiché, perché, giacché, .... )
finaliIntroducono una proposizione finale. (affinché, perché, .... )
consecutiveIntroducono una proposizione consecutiva. ( [così] ....... che, [tanto] ......da, .... )
concessiveIntroducono una proposizione concessiva. ( benché, sebbene, .... )
condizionaliIntroducono una proposizione condizionale. ( se, qualora, casomai, .... )
modaliIntroducono una proposizione modale. ( come, quasi, siccome, .... )
comparativeIntroducono una proposizione comparativa. ( come, nel modo che, .... )
interrogativeIntroducono una proposizione interrogativa. ( perché, come, .... )
dubitativeIntroducono una proposizione dubitativa. ( non so se, .... )
eccettuative
o limitative
Introducono proposizioni eccettuative o limitative. ( tranne, salvo che, .... )
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Interiezione o Esclamazione:

Da Treccani: l’interiezione (lat. interiectio «atto di gettare in mezzo») è una categoria di parole (tradizionalmente, una parte del discorso) invariabili con il valore di frase, usata per esprimere emozioni o stati soggettivi del parlante. Priva di legami sintattici con le altre parti del discorso, corrisponde, da un punto di vista pragmatico, a un intero atto linguistico.

Dal punto di vista dell'origine le interiezioni si dividono in: proprie, improprie e locuzioni esclamative. Le proprie sono quelle parole che possono essere solo interiezioni: ah!, ohi!, ahimé! .....
Quelle improprie sono parole usate occasionalmente come interiezioni: coraggio!, misericordia!, cielo! .......
Le locuzioni esclamative sono gruppi di parole usate come interiezioni: al diavolo!, poveri noi! .......