Varie in libertà

Homo – La scimmia si trasforma in uomo

Homo: indice dell’articolo


Intro: complessità dei processi evolutivi
Le scimmie cominciano ad umanizzarsi
Si affermano le forme umane

Complessità dei processi evolutivi

Nell’articolo precedente (La Rift Valley Africana: dall’australopiteco all’uomo) ci eravamo fermati alla mera elencazione dei rami del genere homo, riservandoci di trattarli a parte a causa dell’argomento troppo vasto. Questo articolo si propone di completare la carrellata sull’evoluzione dell’uomo.

Il genere homo era stato suddiviso nei tre gruppi principali che si sono succeduti: homo habilis, homo erectus, homo sapiens.

Come già detto, si tratta di una semplificazione. Nell’articolo vedremo come l’homo habilis sia coevo ad altri due generi di homo, il rudolfensis ed il gautengensis, che quindi sarebbero, secondo l’orientamento che sta prendendo il sopravvento, rami collaterali. Qualche scienziato ha avanzato l’idea che essi possano essere dei progenitori dell’erectus, ma gli ultimi ritrovamenti, che retrodatano la presenza dell’erectus a 2,3 milioni di anni fa, quindi precedente, escludono questa possibilità.

Al momento c’è una “folla” di scienziati al lavoro nella zona che costeggia ad Est il tracciato della Rift Valley, e che va dall’Etiopia fino al Sud Africa passando anche dalla gola dell’Olduval, alla ricerca degli “anelli mancanti”. La natura non tollera “salti”; l’evoluzione è una trasformazione lenta e progressiva e quindi si devono trovare i reperti che segnino le varie tappe. Tutte queste ricerche stanno dando i frutti sperati con numerosi ritrovamenti che al momento stanno generando una grande confusione, ma che dopo le analisi e le comparazioni necessarie renderanno possibile ridisegnare una mappa più coerente che dall’australopiteco porti all’uomo moderno.

La nostra conoscenza si basa esclusivamente sui ritrovamenti e difficilmente ci si imbatte in una folla di reperti che possano chiarire immediatamente il quadro. I resti sono un po’ qua e un po’ là e la datazione accetta una discreta tolleranza.

Dopo l’affermazione della teoria delle particelle che singolarmente prese fanno quello che vogliono, ma il loro grande numero alla fine rende quello che deve essere, è nata la teoria stocastica la quale afferma che tutto è casuale. La strada presa dall’Universo avrebbe potuto essere anche diversa se le casualità si fossero presentate diversamente. Alla fine, anche se da parte di alcuni scienziati malvolentieri, la teoria è stata accettata. Se tutto è casuale, perché non deve esserlo anche l’evoluzione?

Il software che guida il processo reagisce particolarmente a forti stimoli esterni, che sono casuali.

Molto probabilmente la natura tenta varie strade che poi alla fine portano ad una o due o tre diverse tipologie.

Un esempio: se per assurdo si potessero controllare tutti i nati in un certo anno, che ammontano a t0, potremmo trovare che ogni cento casi, n0 non si differenziano tra loro mentre v0 (v0<n0 e v0=t0-n0) individui presentano delle piccolissime differenze, le più svariate.

Per sapere che fine fanno le differenze di ogni singolo anno, bisogna aspettare almeno una ventina di anni, cioè il tempo necessario affinché i neonati siano in grado di procreare. Naturalmente, una volta iniziato questo lavoro, esso va ripetuto ogni successivo anno e quindi avremo t1, t2, t3, …… tx..

Una variazione potrebbe essere la riduzione o la mancanza di appendice, visto che questo tratto di intestino non ha più una funzione pratica ed anzi, se la sua eventuale infiammazione venisse trascurata, potrebbe sfociare nella mortale peritonite.

Cosa succede dopo 20 o 25 anni? Ci sono gli accoppiamenti e questi possono essere qualsiasi combinazione tra gli n ed i v possibili, presi a due a due ed anche con ripetizioni.

Chiariamo meglio: n maschio con n femmina, vx maschio con vy femmina, nx maschio con vy femmina e viceversa, eccetera.

Solo allora si potrà vedere come si comportano i caratteri variati unendosi tra loro oppure controllare che riescano o meno a prevalere unendosi ad individui che non hanno presentato variazioni.

Purtroppo, calcolando per ogni discendenza 3 o 4 risposte ogni secolo per un periodo che dura come minimo due o trecentomila anni, resta evidente che una cosa del genere è pura follia.

“If I go insane, please don’t put your wires in my brain”
Se divento pazzo, vi prego, non mettetemi I vostri elettrodi nel cervello
(Pink Floyd, brano If, album Atom Heart Mother, 1970)

Le statistiche sono sempre più orientate a servirsi di un campione rappresentativo significativo piuttosto che della totalità. I criteri di selezione del gruppo campione sono sempre più raffinati e i risultati si sono dimostrati altamente attendibili. Ma questo vale per il campo medico o commerciale, ma di una cosa di cui sappiamo tanto poco come si fa a stabilire un criterio di selezione del campione che non sia arbitrario?

E comunque resterebbero i tempi lunghi.

Naturalmente si potrebbero fare simulazioni al computer, ma chi sarebbe disposto a garantirne il risultato? La simulazione è valida se sono valide le premesse e l’algoritmo seguito, ma in questo caso mancano sia le prime che il secondo.

Normalmente di parla di un ceppo principale da cui progressivamente nel corso delle varie era si sono staccati dei rami che hanno portato alle famiglie che conosciamo. Quando si stacca il capostipite di una famiglia dal ramo principale porta con se delle limitazioni? Chiariamo meglio: in genere una radiazione evolutiva avviene in particolari circostanze che la rendono necessaria, se non indispensabile. Non tutti però seguono la stessa strada evolutiva e quindi si formano le varie diramazioni. Noi chiamiamo principale quella che porta a noi, ma è una constatazione “a posteriori”. Teoricamente ogni ramo dovrebbe avere le stesse potenzialità e quindi diventare ramo principale e portare ad esseri senzienti. Però solo i primati, fino a questo momento, si sono evoluti in tal senso, mentre tutti gli altri no. Non ne hanno avuto bisogno o non ne sono più capaci perché non hanno preso questa parte del programma?

Se al posto degli scimpanzè ci fossero stati i gorilla nella stessa situazione, si sarebbero evoluti e in cosa? Avremmo potuto avere l’equivalente dell’homo sapiens sapiens dai gorilla?

E se fossero, per ipotesi, scomparsi i primati ed in una situazione disperata si fosse trovata una specie felina, sarebbe evoluta in un individuo sapiens sapiens sulla falsariga di come hanno fatto le scimmie?

Oggi l’uomo ha modificato pesantemente l’ambiente naturale: ci dobbiamo considerare anche noi alla stregua di un evento che può provocare una radiazione evolutiva?

L’umanità si è sempre chiesta come funziona veramente l’evoluzione, ma è una domanda senza risposta e le domande senza risposta, ragionandoci troppo alla lunga, fanno perdere veramente la ragione. Quindi torniamo ai nostri reperti di crani, mascelle e tibie trovati qua e là e proseguiamo nella nostra rassegna.

Torna a inizio pagina

Le scimmie cominciano ad umanizzarsi

Australopiteco Sediba

Nel 2008, in una grotta del sito di Malapa (Sud Africa), vengono ritrovati due scheletri parziali e molto ben conservati. I resti sono vecchi di due milioni di anni.

Dallo studio delle caratteristiche emerge che la specie si trova a cavallo tra l’africanus e l’homo habilis. Potrebbe essere un tramite tra l’australopiteco africanus e l’homo habilis. La scoperta è troppo recente e troppo isolata per arrivare a conclusioni certe e non tutti gli scienziati sono in accordo su questo punto.

Homo habilis

Fino a poco tempo fa si valutava in 2,3 milioni di anni fa la comparsa dell’homo habilis.

Nel 2013 la scoperta (Etiopia, regione di Afar, area di Ledi Geraru) di un fossile parziale di mandibola fa retrodatare questa comparsa a 2,8 milioni di anni fa.

Approfonditi esami hanno confortato la decisione di ritenere che questo resto fosse appartenuto ad un individuo del gruppo homo habilis.

Non può essere la mandibola dell’australopiteco, e quindi siamo di fronte ad un genere nuovo, ma rispetto ai precedenti ritrovamenti ci sono molte più caratteristiche simili all’australopiteco e questo rende il reperto prezioso perché viene considerato come l’anello mancante che riduce il salto dall’australopiteco all’homo. Un perfetto esempio di “fossile di transizione”, un importante passaggio evolutivo.

Come può l’habilis discendere dal sediba se lo precede di 800.000 anni? Ma allora il sediba dove va collocato? Un’evoluzione dell’africanus che non ha portato all’homo habilis ma ad un altro genere poi estinto? Certo, si può obiettare, QUEL reperto di sediba è posteriore, ma le caratteristiche fisiche lo collocherebbero tra l’afarensis e l’habilis. Non è detto che non si possano rinvenire fossili dello stesso tipo con datazione molto precedente. Una specie, che sia ramo principale o collaterale, non si estingue di colpo, ma degrada lentamente per mancanza di individui o per unione con altre specie dai caratteri più forti. La stessa cosa la vedremo per l’homo rudolfensis. Per ora sono domande senza risposta, a meno che non si stabilisca che la mascella in questione è di australopiteco sediba e non di homo habilis. Questo riscriverebbe tutta la sequenza.

Questo esemplare di homo habilis viveva nella stessa regione di Lucy (vedi articolo precedente) ed era contemporaneo agli ultimi esemplari di australopiteco.

Per la datazione del fossile c’é la conferma di due distinti studi pubblicati su Science & Nature e di un terzo, non collegato agli altri, pubblicato su Nature:

  1. a) Erin di Maggio del dipartimento di Scienze della Terra alla Pennsylvania State University, ha stabilito la datazione analizzando il terreno in cui si trovava
  2. b) Secondo uno studio condotto dall’Università del Nevada e dalla Arizona State University

i piccoli molari, i premolari e la mandibola proporzionate sono caratteristiche del genere Homo e sono tratti meno “scimmieschi” di quelli del genere australopiteco.

  1. c) Il terzo studio è dell’University College London ed è stato eseguito su un altro reperto di habilis ed evidenzia somiglianze e differenze con l’australopiteco.
Homo Habilis: ricostruzione del probabile aspetto
Homo Habilis: ricostruzione del probabile aspetto

Fonte foto: http://www.bradshawfoundation.com/origins/skulls/homo_habilis2.jpg

L’homo habilis si ritiene sia vissuto da 2,8 milioni a 1,4 milioni di anni fa. La prima scoperta si ebbe tra il 1962 ed il 1964 ad opera di un team di scienziati guidati da Louis e Mary Leakey.

Si trattava dei resti di un unico esemplare di homo habilis e fu scoperto nella gola di Olduval, in Tanzania.

Morfologicamente, come evidenziato dalla ricostruzione, siamo a metà strada tra la scimmia e l’uomo. Ecco le principali caratteristiche:

Altezza: in media dai 100 ai 135 centimetri;
Peso: Circa 32 kg. Quindi gli individui di questo genere risultano essere leggermente più piccoli dell’australopiteco.
Denti: nell’habilis sono più piccoli di quelli dell’australopiteco ma lo smalto è ancora sottile e le fauci ancora forti, ad indicare la masticazione di cibo duro, magari quando non era disponibile altro.
La dieta risulterebbe essere stata abbastanza varia, dalle foglie alle radici ed ai tessuti animali. Infatti sui denti ci sono tagli e scheggiature, segni evidenti dell’assunzione di carne e midollo osseo.
Faccia e Cranio: L’homo habilis, in tutto il genere homo, è il meno somigliante all’uomo moderno. Tuttavia il muso comincia ad essere meno sporgente ed il cranio leggermente più ampio.
Aspetto generale: un australopiteco con maggiori caratteristiche umane rispetto, per esempio, a Lucy.
Spazzino o cacciatore?: certamente più il primo che il secondo. Siamo nelle primissime fasi dell’evoluzione ma l’uso della carne, anche se contesa ad altri cacciatori di carogne, sarà fondamentale per i successivi passaggi evolutivi.
Manualità: il termine “habilis” sta proprio ad indicare la capacità di usare e fare piccole modifiche alle pietre. Tuttavia, poiché nella stessa zona sono state trovate tracce di altre specie preistoriche, è difficile attribuire all’una o all’altra (o magari a tutte) la capacità di servirsi di strumenti naturali, come i sassi più o meno lisciati.

Naturalmente, tenuto conto che questa materia non è scritta nei libri ma nei resti fossili, ci sono tanti dubbi e perplessità che restano fino a quando nuovi ritrovamenti non riescono a fare maggiore chiarezza.

Ci sono molte domande che attendono una risposta. Eccone alcune:

1) Siamo sicuri che l’homo habilis sia nella linea evolutiva dell’uomo? Nell’articolo precedente l’ultimo paragrafo affrontava lo stesso argomento con riferimento al pitecantropo di cui l’homo habilis è chiaramente discendente. Se quest’ultimo non è nella nostra linea evolutiva, è evidente che non lo è nemmeno l’habilis.

2) Legata alla prima è questa seconda domanda: l’homo habilis è veramente l’antenato dell’homo erectus o sono due generi indipendenti e contemporanei discendenti dallo stesso progenitore?

Questa domanda si basa sul fatto che c’è stata una contemporaneità (circa 500.000 anni) nell’esistenza delle due specie. Ma questo, se pensiamo a quanto scritto nel precedente articolo sui meccanismi dell’evoluzione, non dovrebbe essere un fatto eccezionale. Una specie si evolve, ma molti individui restano con le precedenti caratteristiche. Il loro numero si assottiglierà piano piano ed arriverà il momento in cui non ci saranno più nascite. Allora il genere precedente scomparirà.

3) Poiché pare che alcuni oggetti lavorati siano più vecchi di circa 200.000 anni rispetto alla comparsa dell’homo habilis, chi li ha lavorati?

 

Homo rudolfensis

Nel 1986, nei pressi del lago Turkana, in Kenia, sono stati trovati dei fossili che in un primo momento vennero classificati come australopiteco. Esami successivi suggerirono la loro appartenenza al genere homo inserendolo tra gli habilis. Ma le differenze riscontrate hanno poi portato a ritenere che potesse trattarsi di un nuovo genere di homo. Il nome rudolfensis gli deriva dalla vecchia denominazione del lago Turkana, cioè lago Rodolfo.

I molari sono più larghi rispetto a quelli dell’habilis mentre i denti leggermente più piccoli di quelli dell’australopiteco robustus. I muscoli della mascella tuttavia non erano forti come quelli visti nei primi esemplari di homo.

Come altre specie di homo anche il rudolfensis usava strumenti di pietra, che però non sono stati trovati vicino ai suoi resti. Tuttavia molti oggetti di pietra, con datazione conforme, sono stati trovati nella zona dove il rudolfensis viveva.

Questo ominide sembra essere vissuto da 1,9 a 1,8 milioni di anni fa: una meteora in termini di evoluzione. Il dibattito aperto è: l’homo rudolfensis è progenitore dell’homo habilis o è un suo coevo?

L’homo habilis, essendo apparso 2,3 milioni di anni fa, è più antico del rudolfensis e non può esserne un discendente. Questa ipotesi, in assenza di fossili, si basa sulle caratteristiche riscontrate, che sono tra l’australopiteco e l’habilis.

Questo implica una seconda domanda: dobbiamo inserirlo nella successione evolutiva che porta al sapiens o è una linea collaterale “estinta”?.

Al momento esiste un solo fossile in buone condizioni. Per il resto ci sono solo frammenti.

I reperti trovati non fanno luce nemmeno su quanto potesse essere alto.

 

Homo gautengensis

Nel 1977, nelle grotte di Sterkfontein, nei pressi di Johannesburg, in Sud Africa, furono scoperti dei frammenti di ominide preistorico. Per lungo tempo gli scienziati sono stati indecisi circa la loro classificazione. Habilis, erectus o pitecanropo?

Nel 2010 lo scienziato Darren Curnoe, membro di PANGEA (Paleontology, Geobiology and Heart Archives Research Center), dopo lunghe analisi sui reperti è giunto alla conclusione che si tratti di un nuovo genere di ominide dandogli il nome di homo gautengensis, da Gauteng, nome della zona dove sono situate le grotte di Sterkfontein.

Questo genere di homo per lungo periodo ha convissuto con l’homo habilis.

Per un certo periodo sembrava essere il fossile più antico della specie homo, ma il rinvenimento di resti ancora più antichi dell’homo rudolfensis ha smentito questa ipotesi.

I dati fisici:

Altezza: circa 1 metro.
Peso: circa 50 kg.
Struttura generale: braccia lunghe, come gli scimpamzé e viso sporgente.
Manualità: probabile uso di manufatti primitivi e forse conosceva il fuoco.
Dieta: Onnivora.
Denti: molari e premolari abbastanza grandi, indice di consumazione di cibi duri.

Curnoe sembra orientato ad escludere l’homo gautengensis dalla linea habilis > erectus > sapiens.

Dovrebbe essere invece una evoluzione della linea australopiteco africanus > australopiteco robustus.

Un tentativo sfortunato verso l’uomo a partire da africanus e robustus? Certamente con pochi reperti è difficile spingersi troppo in là con le supposizioni. Sarebbe plausibile, ma per ora tutto resta nel limbo.

La collocazione temporale va da circa 1,9 a 1,1 milioni di anni fa.

Altri reperti sono stati trovati a Swartkrans, non lontano da Sterkfontein; un altro fossile sempre nei dintorni. Si tratta di teschi parziali, mandibole e denti.

Ci sono ancora dei fossili, ritrovati nella stessa zona, che apparentemente avrebbero circa 300.000 anni più del gautengensis, ma sono in corso le analisi per dar loro una collocazione. Si spera che possano chiarire questa situazione.

Homo Georgicus

Nel 1999 nella zona di Dmanisi, in Georgia, uno stato del Caucaso, furono rinvenuti un cranio ed una mandibola di una specie ominide.

Un successivo ritrovamento di uno scheletro parziale avvenuto nel 2001 portò nel 2002 alla definizione di una nuova specie, l’Homo Georgicus appunto, discendente dall’Homo Habilis ed antenata dell’Homo Erectus asiatico.

Nelle prossimità dei resti furono trovati anche utensili e ossa di animali.

Il ritrovamento successivo di altri 4 crani, mandibole e altre ossa, hanno portato a ritenere che, più probabilmente, non si tratti di una specie separata, ma di un passaggio verso l’Homo Erectus.

La datazione di questi reperti ci porta a 800.000 anni prima dell’Homo Erectus.

La questione, tanto per cambiare, resta aperta.

Homo Erectus

I fossili più antichi di individui che possedevano le proporzioni fisiche dell’uomo moderno risalgono a circa 1.800.000 anni fa.

Di estrema importanza sono i resti di un bambino di circa 10 anni, detto “Turkana boy”, dal luogo dove i fossili sono stati rinvenuti.

La struttura delle articolazioni indica l’abbandono della precedente esistenza arboricola e l’adattamento alla vita “a terra”.

Risulta evidente, dal loro esame, la capacità di camminare e correre anche per lunghe distanze.

Anche la cavità cerebrale ha mutato le sue dimensioni espandendosi unitamente all’appiattimento della faccia.

Questi fossili furono attribuiti alla specie “homo erectus” detto anche, qualche volta, “homo ergaster”. Il termine “ergaster” deriva dal greco e significa lavoratore.

A stretti termini l’homo erectus e l’homo ergaster sono due specie simili, ma non esattamente la stessa. La specie ergaster, precedente ma forse con alcune caratteristiche più moderne rispetto all’erectus, è vissuta tra 2 milioni e 1 milione di anni fa, mentre di homo erectus si trovano tracce fino a circa 150.000 anni fa.

Generalmente si definiscono ergaster gli “erectus” vissuti in Africa, mentre per i ritrovamenti asiatici si parla di erectus tout-court.

Considerando i reperti rinvenuti (forse sarebbe meglio dire NON rinvenuti), sembra che quella dell’homo erectus sia stata la prima specie a migrare dall’Africa verso altri continenti.

In un primo momento (1891) furono ritrovati dei resti nell’isola di Giava (uomo di Giava); nel 1920 nella zona di Pechino furono trovati resti classificati come erectus (uomo di Pechino).

L’Uomo di Pechino o Sinantropo: come detto, fu scoperto nel 1891 da Eugène Dubois, un chirurgo olandese, che lo chiamò inizialmente “gorilla eretto”. All’epoca del ritrovamento questi fossili erano i più antichi reperti di erectus conosciuti e quindi si fece strada l’ipotesi che questa specie fosse originaria dell’Asia e poi migrata in Africa, ma i successivi ritrovamenti hanno ristabilito l’ordine temporale e, nello stesso tempo, hanno indotto gli scienziati a modificare la denominazione dell’uomo di Giava: non più gorilla ma homo.

Si ritiene che questa sia stata la prima specie che si sia evoluta fuori dall’Africa.

L’homo erectus è considerata una specie con diverse varietà perché diffusa su due continenti.

Al momento non ci sono ritrovamenti di homo erectus in Europa e quindi si dubita che vi sia arrivato.

E’ probabilmente la specie più longeva, essendo stata presente per un periodo lunghissimo, da 1,9 milioni a circa 150.000 anni fa, nove volte più lungo rispetto all’homo sapiens, per esempio

Anno della prima scoperta: 1891, ad opera dell’olandese Eugène Dubois, in Indonesia.

Altezza: Variabile da 1 metro e 45 fino ad un metro e ottantacinque.
Peso: Da 40 a 70 Kg.

Ci sono una serie di domande che gli scienziati si pongono e alle quali si spera di dare risposta con futuri ritrovamenti:

Siamo veramente sicuri che l’homo erectus sia l’antenato dell’homo sapiens, la nostra specie?

I dati in nostro possesso suggeriscono che l’incremento corporeo derivi dal consumo di carne animale e questo ha rappresentato una parte della serie di fattori che hanno favorito l’emigrazione verso l’Asia. C’è stato un fattore prevalente rispetto agli altri?

I fossili ritrovati nelle varie parti del mondo, che noi chiamiamo tutti homo erectus, sono veramente tutti della stessa specie?

Che sistema usava l’homo erectus per padroneggiare il fuoco e l’uso dello stesso era molto o poco diffuso?

Siamo veramente sicuri che abbia seguito un ritmo di sviluppo “umano” oppure è ancora scimmiesco?

La Eritrean-Italian Danakil Expedition, il gruppo coordinato dalla Sapienza, ha scoperto una superficie di impronte fossili risalente a circa 800 mila anni fa tra le quali sembrano esserci orme lasciate da antichi antenati umani.

Le impronte potrebbero essere le prime inequivocabilmente identificabili appartenenti a Homo erectus, una specie chiave nella storia evolutiva umana, che ha dato origine a ominidi dal cervello più grande da cui è poi derivato l’uomo moderno.

Le impronte umane fossili sono molto rare», spiega il paleoantropologo Alfredo Coppa. «In Africa ne sono state scoperte a Laetoli, in Tanzania, e risalgono a 3,7 milioni di anni fa, mentre in Kenya sono emerse a Ileret e Koobi Fora, due siti datati a 1,5-1,4 milioni di anni. Finora nessuna orma è riconducibile al periodo geologico di quelle appena scoperte.»

Se confermata da ulteriori studi, e da altri ritrovamenti nella prossima campagna di scavi, la sequenza emersa in Dancalia potrà raccontare molte cose dell’Homo erectus.

Le impronte identificate presentano anche una generale somiglianza con quelle dell’uomo moderno e potrebbero quindi dare importanti indicazioni riguardo l’anatomia del piede e la locomozione di quei nostri lontani antenati. Inoltre le orme possono dare informazioni uniche (non ricavabili da altri tipi di reperti, come ossa o denti) sulla statura, la massa corporea e il sistema dell’apparato locomotore, compresi andatura e velocità del passo.

https://www.focus.it/cultura/storia/scoperte-da-italiani-le-piu-antiche-impronte-di-homo-erectus

Homo Antecessor

Come per il successivo Homo ceprannsis, il nome di antecessor è stato proposto per dei fossili, databili circa a 1,3 milioni di anni fa, ritrovati in Spagna.

Molti scienziati sono però restii a ritenerli come appartenenti ad una distinta specie.

L’orientamento prevalente è quello di considerare questi individui come una sottospecie dell’Homo erectus arrivata in Spagna dall’Africa. Le piccole differenze riscontrate sarebbero da attribuire ad un adattamento al differente clima.

 

Homo Cepranensis

Homo cepranensis è il nome proposto per una specie umana scoperta nel 1994 dall’archeologo italiano Italo Bidittu.

Fu denominato “Uomo di Ceprano” perché la scoperta è avvenuta nei pressi di quella località del basso Lazio.

Il ritrovamento riguarda un solo cranio che però presenta qualche differenza rispetto a tutti gli altri crani fino ad allora trovati. Per questo motivo si è pensato ad un nuovo tipo.

E’ vissuto tra 500.000 e 350.000 anni fa in base alla datazione del reperto fatta da Muttoni nel 2009.

Più che di una nuova specie oggi si ritiene possa essere una trasformazione dovuta a fattori locali dell’Homo erectus.

Comunque un solo reperto non consente indagini ed approfondimenti per una sua corretta collocazione.

Torna a inizio pagina


Si affermano le forme umane

Homo Heidelbergensis

L’Homo Heidelbergensis è una specie estinta vissuta tra 700.000 e 200.000 anni fa.

Questa primitiva specie presenta una larga cresta della fronte, una scatola cranica più ampia e una faccia più piatta rispetto alle altre primitive specie.

È stata la prima ad abitare zone climatiche più fredde e i loro larghi corpi sono frutto di un adattamento per conservare meglio il calore. Ha conosciuto il controllo completo del fuoco, anche se in modo primitivo.

Questi esseri usavano lance di legno e cacciavano abitualmente grandi animali; resti di cervi, cavalli, elefanti, ippopotami e rinoceronti, con chiari segni di macellazione nelle ossa, sono stati trovati nei siti dove sono stati rinvenuti i resti umani.

Questa specie ha aperto nuovi orizzonti: essa è stata la prima specie a costruire semplici rifugi e abitazioni di legno e roccia, anche se i ripari naturali non erano disdegnati.

I primi fossili furono scoperti nel 1908, nella sabbiera del Roesch, vicino Heidelberg, in Germania, e da questa località ha preso il nome.

Poiché erano evidenti sia i tratti dell’homo erectus che dell’antico homo sapiens, si è ritenuto che questa specie fosse l’anello di congiunzione tra l’erectus ed il sapiens.

Resti di questa specie sono stati trovati ancora in Germania a Schoeningen, in Spagna presso Atapuerca, in Francia ad Arago, a Petralona il Grecia e a Ciampate del Diavolo presso Caserta.

Altri fossili sono stati rinvenuti in Israele presso Mugharet el Zuttiyeh.

Caratteristiche fisiche:

Altezza: maschi circa 175 cm, femmine circa 157 cm.
Peso: maschi circa 65 kg; femmine circa 51 kg. Si sono scoperte tracce di focolari e caminetti ed attrezzi modellati anche col fuoco.

I gruppi sociali probabilmente si rinchiudevano attorno ai loro focolari dividendo cibo e stando al caldo ed al riparo dai predatori.

Una comparazione tra le caratteristiche dell’uomo moderno, del Neanderthal e dell’Heidelbergensis suggeriscono che le prime specie siano due distinte ramificazioni della terza. In Europa l’evoluzione ha portato al Neanderthal mentre in Africa al Sapiens.

Comunque la linea dell’evoluzione che divide l’Homo Erectus dalle moderne specie umane non è così netta ed acuta come si potrebbe ritenere. Essa si è estesa per diverse centinaia di migliaia di anni durante la parte centrale del Pleistocene.

Ad aggiungere ulteriore confusione c’è il fatto che le trasformazioni non sono state contemporanee nelle varie parti. Nel Sud dell’Europa e nell’Africa Orientale, l’evoluzione data circa 700.000 anni fa; nelle altre parti del Vecchio Mondo invece è iniziata molto più tardi, circa 400,000 anni fa.

Il completamento verso la specie dell’Homo Sapiens non si completò prima di 100.000 anni fa ed anche successivamente in alcune regioni.

Homo Neanderthalensis

Questo ominide prende il nome dalla valle del Neander (Neanderthal in tedesco), che si trova nei pressi di Francoforte. In questa valle ci sono stati i primi ritrovamenti ad opera di lavoratori addetti all’estrazione del calcare.

Era l’agosto del 1856 ed il ritrovamento riguardava un mucchietto di ossa. All’inizio non fu data importanza al fatto e gli operai le buttarono via. Quando però estrassero dalle macerie sparse qualcosa che assomigliava alla parte di un cranio allarmarono i loro superiori. Questi pensavano che fossero le ossa di un orso e chiesero consulenza a un noto ricercatore, Johann Carl Fuhlrott, che abitava nella vicina Elberfeld (oggi fa parte di Wuppertal). Ma i resti ritrovati, una parte del cranio, entrambi i femori, frammenti delle braccia e di entrambe le scapole, la clavicola destra, una parte del bacino e cinque costole fecero pensare a Fuhlrott che si trattasse non di un orso, ma piuttosto di un uomo preistorico, più precisamente di uno dell’era glaciale.

Le prime osservazioni collocarono la sua presenza tra i 130.000 ed i 40.000 anni fa.

La diffusione territoriale di questa specie copre l’Europa, il Medio Oriente e l’Asia Occidentale.

Non se ne trovano che pochissime tracce nell’Africa Settentrionale.

Da una analisi comparata del DNA risultano percentuali variabili dall’1 al 4% di materiale genetico di Neanderthal nelle popolazioni euro-asiatiche e native americane, ma nessuna traccia nelle popolazioni Africane. Infatti si ritiene che mentre in Europa e vicina Asia dall’Heidelbergensis sia derivato il Neanderthal, in Africa l’equivalente evoluzione sia stata verso il Sapiens.

Tenuto conto che il Neanderthal si è estinto rapidamente quasi contemporaneamente alla venuta del Sapiens in Europa, queste tracce si possono spiegare solo se si accetta l’idea di una ibridazione, cioè unioni tra Sapiens e Neanderthal presumibilmente tra gli 80.000 ed i 50.000 anni fa.

Tra l’altro questa è una delle 4 ipotesi che si fanno per spiegare la scomparsa repentina del Neanderthal.

Le migrazioni del Sapiens verso l’Europa sono avvenute circa 120.000 anni fa. Alcuni scienziati dicono 60.000 anni fa. Comunque sia, ci deve essere stato un primo “incontro ravvicinato del terzo tipo” da qualche parte in Europa o in Asia. Ha avuto un esito cruento o ha generato una unione di forze in un ambiente abbastanza ostile? Sarebbe bello saperlo con certezza. Purtroppo, considerata la natura umana, è più probabile l’idea dello scontro iniziale.

Come sono avvenute le ibridazioni? Spontaneamente o dopo asservimento? La risposta vale almeno un Nobel.

Il fatto certo è che poco tempo dopo la venuta del Sapiens l’uomo di Neanderthal si è rapidamente estinto.

Secondo una recente pubblicazione (2016) a cura delle università americane di Cambridge e Oxford, l’uomo di Neanderthal si sarebbe estinto a causa di malattie portate dai Sapiens. Secondo la biologa Charlotte Houldcroft di Cambridge, prima firma dello studio, gli umani che migrarono dall’Africa all’Eurasia portarono con sé una quantità di agenti patogeni che potrebbero essere stati catastrofici per la popolazione neandertaliana adattata alle malattie infettive tipiche del vecchio continente.

Un altro studio pubblicato negli U.S.A. su Proceedings of the National Academy of Sciences suggerisce che i cambiamenti climatici abbiano reso difficili le condizioni di vita degli uomini di Neanderthal, favorendone quindi l’estinzione.

Ma se il Neanderthal ed il Sapiens vivevano nello stesso territorio, perché gli eventi climatici avversi avrebbero fatto estinguere solo il primo e non il secondo? Gli estensori dello studio ritengono che questo sia dovuto a due fattori:

L’Homo Sapiens aveva una maggiore capacità di adattamento.

La dieta del Neanderthal era a base di carne, mentre il Sapiens aveva una dieta varia. La diminuzione degli animali da cacciare ha reso sempre più scarso l’approvvigionamento alimentare per il Neanderthal portandolo all’estinzione.

Un’ulteriore ipotesi potrebbe essere quella della progressiva “ghettizzazione” del Neanderthal da parte del Sapiens. Un’esperienza che richiama alla mente gli Indiani d’America i quali, per effetto della conquista del Far West, videro i loro territori di caccia ridursi sempre di più fino a metterne in pericolo l’esistenza.

I Neanderthal però non hanno avuto la “Riserva”, a differenza dei Pellirossa ed alla fine non hanno potuto fare altro che asservirsi ai Sapiens oppure resistere fino all’inevitabile estinzione.

Probabilmente c’è un fondo di verità in ognuna di queste ipotesi, che forse hanno operato congiuntamente.

L’uomo di Neanderhal era un ominide del tutto compatibile con il Sapiens. Il suo aspetto fisico era quello di un uomo molto robusto, alto circa 160 cm, con un cranio allungato posteriormente e di dimensioni leggermente superiori rispetto a quelle dell’uomo moderno.

Anche le arcate e le sopracciglia erano sporgenti mentre le sue ginocchia risultavano leggermente piegate.

Recenti studi ed esperimenti hanno portato gli scienziati alla conclusione che fosse di pelle ed occhi chiari e di capelli rossi o tendenti al rosso. Questi caratteri gli derivavano dalle condizioni climatiche e dalla scarsa radiazione ultravioletta.

Secondo studi recenti basati sulle sequenza del DNA mitocondriale ci sono stati diversi gruppi di popolazione. Gruppi e non sottospecie come si riteneva in un primo momento.

Questi gruppi sarebbero: il sud-europeo, il centro europeo ed il medio asiatico.

Non tutti gli scienziati accettano i risultati di questi studi.

 

Nota
DNA mitocondriale: Il mitocondrio è un organello cellulare di forma generalmente allungata, presente in tutti gli eucarioti. Esso è dotato di un DNA proprio, il DNA mitocondriale.

Sono strutture che convertono il cibo in materiale che possa nutrire le cellule.

Il DNA mitocondriale, abbreviato con la sigla mtDNA, contiene 37 geni, ognuno dei quali è essenziale per la funzione mitocondriale.

Eucariota: In biologia si definisce eucariota un organismo costituito da una o più cellule che, per definizione e in contrapposizione con quelle procariotiche, hanno un nucleo ben differenziato che contiene la maggior parte del DNA cellulare, racchiuso da un involucro poroso formato da due membrane. Il DNA viene perciò trattenuto in un compartimento separato dal resto del contenuto della cellula, il citoplasma, nel quale si svolge la maggior parte delle reazioni del metabolismo cellulare. Due tipi di corpuscoli caratteristici degli eucarioti sono i mitocondri, presenti in tutti gli organismi e. e i cloroplasti, presenti solo nelle piante verdi.

Fonte: Enciclopeda Treccani.

All’uomo di Neanderthal sono associate le più antiche sepolture intenzionali della storia umana. Questa preoccupazione di tipo spirituale si associa alle più antiche tracce di comportamenti simbolici, come incisioni su ossa, presenza di sostanze coloranti (ocra rossa) e raccolta di oggetti curiosi (minerali, fossili).

I manufatti in pietra dell’uomo di Neanderthal sono in gran parte ascrivibili alla cosiddetta cultura Musteriana (dal sito francese di Le Moustier).

Tra i metodi di scheggiatura prevalgono quelli tipo levallois. Gli strumenti sono costituiti da punte, ritoccate o no, raschiatoi di diversa forma e dimensione, denticolati e più raramente bifacciali, grattatoi e bulini.

Si ritengono opera dei Neanderthal le prime pitture rupestri della storia dell’umanità.

Un frammento di osso di femore con due buchi, scoperto nel luglio del 1995 nei pressi di Cerkno, nel nord-ovest della Slovenia, è stato considerato fino ad oggi il più antico strumento musicale al mondo. Attribuito a Neanderthal, il “flauto di Divje babe” – dal nome del luogo dove è stato ritrovato – sarebbe in realtà un volgare osso rosicchiato da una iena. Questi risultati sono stati pubblicati da poco dal paleobiologista Caio G. Diedrich sulla rivista Royal Society Open Science.

Presso i Neanderthal era molto diffuso l’utilizzo delle pelli, anche per la costruzione di ripari estivi all’aperto, contrapponendosi alla pratica troglodita invernale (troglodita =abitatore delle caverne). Si ritrovano strutture di pietre o di ossa atte ad assicurare i bordi delle pelli al suolo.

Piume e artigli di rapaci sono stati rinvenuti in altri siti Neanderthal prima d’ora: alcuni, meno lavorati, sono stati ritrovati in alcune grotte a Gibilterra.

Ma quelli di Krapina (Nord della Croazia) sono la “parure” più completa e antica mai ritrovata, con reperti appartenenti ad almeno tre uccelli diversi. Presentano tacche volutamente intagliata con sfaccettature create ad hoc, e tagli, presumibilmente quelli effettuati per staccarli dalla zampa, smussati. Molti sembrano quasi essere stati lucidati.

Insomma una “bigiotteria” raffinata, che confermerebbe l’esistenza di un pensiero simbolico (la capacità di vedere un oggetto come rappresentazione di qualcosa e non solo come un utensile pratico) già da prima dello sviluppo dei Sapiens.

Questi ritrovamenti smentiscono la vecchia convinzione che riteneva solo il Sapiens capace del pensiero simbolico che al Neanderthal mancava, sempre secondo questa tesi, del tutto.

 

Homo Neanderthalensis: gioielli da artigli d'aquila
Homo Neanderthalensis: gioielli da
artigli d’aquila

Fonte foto e paragrafo:

https://www.focus.it/cultura/storia/gioielli-da-artigli-daquila-in-un-sito-neanderthal

Homo Rhodesiensis

Ci sono dei resti trovati in Sud Africa (Hopefield), Africa Orientale (Bodo, Ndutu, Eyasi) e Africa Settentrionale (Salé, Rabat, Dar-es-Soltane, Djbel Irhoud, Sidi Aberrahaman, Tighenif) che presentavano le stesse caratteristiche e sono stati classificati come resti di Homo Rhodesiensis.

Questi reperti furono datati fra 300.000 e 125.000 anni fa.

Oggi però molti scienziati sono dell’idea di considerare i fossili come appartenenti all’Homo

Heidelbergensis. Quindi non una diversa specie, ma una variante semplicemente.

I crani ritrovati presentano delle larghe creste sulla fronte molto simili a quelle del Neanderthal per cui fu anche chiamato Neanderthal Africano.

Tuttavia più approfonditi studi fanno collocare questi reperti tra il Neanderthal e l’Homo Sapiens.

Homo Rhodesiensis: cacciatori
Homo Rhodesiensis: cacciatori

http://eol.org/pages/4454119/details

 

E’ molto probabile che l’Homo Rhodesiensis sia l’antenato dell’Homo Sapiens Idaltu, a sua volta antenato dell’Homo Sapiens Sapiens.

 

Homo Sapiens

Homo Sapiens è la specie alla quale tutti apparteniamo. Durante il periodo nel quale si verificarono drammatici cambiamenti del clima, circa 300.000 anni fa, l’Homo Sapiens si evolve in Africa. Così come le altre specie umane primitive, gli appartenenti a questa specie raccoglievano e cacciavano cibo e ponevano in essere comportamenti che lo aiutassero a sopravvivere in un ambiente poco favorevole ed instabile.

A livello anatomico gli umani moderni possono generalmente essere caratterizzati dalla costruzione più leggera dei loro scheletri rispetto agli umani precedenti.

Essi hanno cervelli molto grandi che, pur variando nella loro misura tra le varie popolazioni ed anche tra uomo e donna, tuttavia oscillano intorno ai 1.300 centimetri cubi.

La fronte perde le varie creste (come nel Neanderthal, per esempio) e la faccia ha lineamenti più piatti.

Comunque per l’Homo Sapiens, a differenza delle altre specie, non esiste un “campione tipo” al quale fare riferimento.

Noi non sappiamo tutto sulla nostra specie, ma continuiamo ad imparare sempre di più attraverso lo studio sui fossili, la genetica, il comportamento e la biologia degli esseri umani moderni.

A seguito del ritrovamento del cranio di una persona di mezza età nelle grotte di Cro-Magnon, in Francia, nel 1868, nacque subito la questione della discendenza di questa nuova specie.

Lo scheletro di Cro-Magnon, completo ad eccezione dei denti, era appartenuto ad un individuo di circa 50 anni con le ossa della faccia corrose da un’infezione di un fungo.

Le differenze tra l’uomo di Cro-Magnon ed il Neanderthal erano troppo evidenti per poter pensare ad una discendenza diretta e quindi c’era un salto nell’evoluzione. Questo ha generato grandi discussioni durate fino a qualche decennio fa. Da dove veniva il Cro-Magnon così diverso da tutti i fossili ritrovati fino a quel momento? Naturalmente molte fantasie si sbizzarirono e qualcuno ipotizzò di superstiti di un’astronave caduta mentre altri parlavano di sopravvissuti di Atlantide.

I numerosi ritrovamenti recenti hanno contribuito a fare luce sulla faccenda, colmando almeno in parte il salto evolutivo.

Oggi è evidente che non discendiamo dal Neanderthal, che è stato un ramo evolutivo parallelo in Europa, mentre in Africa si evolveva il Sapiens.

Da qui poi si è diffuso in tutto il mondo anche legandosi con altre specie.

L’Homo sapiens preistorico non solo produceva e utilizzava utensili in pietra, ma li specializzava e produceva una varietà di strumenti più piccoli, più complessi, raffinati e specializzati tra cui strumenti in pietra composita, ami e arpioni, archi e frecce, lancia e aghi da cucito.

Homo Sapiens: vari tipi di crani
Homo Sapiens: vari tipi di crani

 

Crani di Homo Sapiens

Del cranio rinvenuto nelle grotte di Cro-Magnon abbiamo già parlato. Lo Skul V è stato rinvenuto nelle grotte dello Skul Cave, nei pressi del monte Carmelo, in Israele, assieme ad altri scheletri di adulti e bambini.

Alcuni aspetti somatici, come la piccola cresta frontale, ricordano gli ominidi più antichi. Tuttavia ha la fronte alta e verticale e il cranio arrotondato tipico dei moderni teschi umani

Per milioni di anni tutti gli umani, primitivi o moderni, sono stati costretti ad andare a procurarsi il loro cibo. Trascorrevano gran parte della giornata a raccogliere piante o cacciare o scovare animali. Da 164.000 anni fa gli esseri umani moderni catturavano e cucinavano molluschi e da 90.000 anni fa hanno iniziato a fabbricare speciali attrezzi da pesca. Finalmente, negli ultimi 12.000 anni, la nostra specie, l’Homo sapiens, ha fatto la transizione verso la produzione di cibo e il cambiamento dell’ambiente. Gli umani hanno scoperto che potevano controllare la crescita e l’allevamento di alcune piante e animali. Questa scoperta ha portato all’agricoltura e alla pastorizia, attività che hanno trasformato i paesaggi naturali della Terra, prima a livello locale e poi a livello globale. Mentre gli umani investivano più tempo nella produzione di cibo, si stabilirono. I villaggi divennero città e le città divennero metropoli. Con più cibo disponibile, la popolazione umana ha cominciato ad aumentare drammaticamente. La nostra specie ha avuto un tale successo che ha inavvertitamente creato un punto di svolta nella storia della vita sulla Terra.

I complessi cervelli degli uomini moderni hanno permesso loro di interagire tra loro e con l’ambiente circostante in modi nuovi e diversi. Mentre l’ambiente diventava più imprevedibile, cervelli più grandi aiutavano i nostri antenati a sopravvivere creando strumenti specializzati e utilizzando strumenti per creare altri strumenti, hanno mangiato una varietà di cibi animali e vegetali; hanno avuto il controllo del fuoco.

Hanno costruito ampi social network, a volte includendo persone che non hanno mai nemmeno incontrato; si scambiano risorse su vaste aree e hanno creato arte, musica, ornamento personale, rituali e un complesso mondo simbolico. Gli uomini moderni si sono diffusi in ogni continente e hanno ampliato enormemente il loro numero. Hanno alterato il mondo in modi che li avvantaggiano enormemente. Ma questa trasformazione ha conseguenze non intenzionali per altre specie e per noi stessi, creando nuove sfide di sopravvivenza.

Ci fermiamo su questo breve excursus perché l’argomento farà parte di un prossimo articolo che come tema avrà: “Dalla preistoria alla storia”.

Naturalmente, come già detto alla fine dell’articolo sulla Rift Valley, questo schema è valido oggi, ma non è detto che non ci possano essere scoperte sconvolgenti capaci di rimettere tutto in discussione.

Sotto ci sono delle domande che non hanno ancora trovato esauriente risposta:

  • Chi è stato il nostro progenitore? E’ stato veramente l’Homo Heidelbergnsis, come sostengono molti scienziati, o deriviamo da un’altra specie ancora sconosciuta?
  • Quanti accoppiamenti ci sono stati con l’Homo Neanderthalensis?
  • Cosa ci riserverà il futuro nel campo dell’evoluzione?

Alla prima domanda risponderà progressivamente la Terra. Prima o poi si riuscirà ad avere un quadro abbastanza chiaro derivandolo dai nuovi ritrovamenti.

Alla seconda risponderà la scienza con le analisi sui nuovi reperti oppure rifacendo le analisi sui “vecchi” con nuove tecnologie.

Alla terza potrebbe rispondere solo il Cielo, ma è noto che su queste cose è particolarmente abbottonato.

Dall’alto della nostra posizione di “ultimi“ della serie, siamo naturalmente portati a pensare che l’evoluzione sia finita qui. Invece siamo solo gli ultimi in ordine di tempo. Come saremo, per esempio, tra 500.000 anni? Noi abbiamo trasformato radicalmente l’ambiente, ma le nostre trasformazioni si stanno rivelando dannose per il pianeta.

Se si avvererà il futuro peggiore oggi paventato, la natura probabilmente reagirà, come ha reagito alle catastrofi naturali della preistoria.

Cosa troveremo tra 500.000 anni valutando con gli occhi di oggi? Un essere non troppo dissimile da noi, un super-eroe o un super-mostro? Si accettano scommesse: sono senza rischio perché nessuno sarà in grado di verificare.

Casi Particolari
Red Deer Cave People

Il ritrovamento di un osso di femore appartenuto ad un individuo dal peso stimato di 50 kg e datato tra i 10.000 ed i 15.000 anni fa sembrerebbe dimostrare l’esistenza di una nuova specie. La particolarità di questo ritrovamento consiste nel fatto che l’individuo da cui deriva sarebbe un “hobbit”, come l’uomo di Flores. In aggiunta a questo, le sue caratteristiche sono simili a quelle di specie umane primitive che però ai suoi tempi erano estinte da diverse centinaia di migliaia di anni.

Il reperto è stato trovato in Cina nelle cave denominate Red Deer e Longlin.

Con un solo osso a disposizione non è possibile fare miracoli e quindi si spera in altri ritrovamenti che possano chiarire il mistero.

Uomo di Desinova (detto anche Donna X)

Nel marzo del 2008 a Desinova, in Siberia, sono stati trovati pochi resti di un ominide, presumibilmente vissuto tra i 70.000 ed i 40.000 anni fa. Si tratta di una femmina di carnagione scura, occhi e capelli castani: questa accurata descrizione è uno dei risultati più appariscenti del sequenziamento del genoma presente nel fossile e appartenente a una specie cugina della nostra, gli Uomini di Denisova, appunto.

La scoperta è stata resa pubblica solo nel 2010, dopo che l’analisi del DNA mitocondriale ha fatto venire il dubbio che si potesse trattare di una nuova specie.

La peculiarità di questo ominide è che dovrebbe trattarsi di un incrocio tra una madre Neanderthal ed un padre “Desinova”, specie che dovrebbe derivare a sua volta dal Neanderthal, di cui conserva molte caratteristiche.

L’incrocio fra Neanderthal e uomini moderni è ben noto, e ricerche recenti hanno dimostrato che la nostra specie si incrociò anche con i denisovani, del cui genoma sono state trovate tracce nelle attuali popolazioni dell’Estremo Oriente e di Papua.

Mancava però una prova certa anche di un incrocio fra uomini di Denisova e neanderthaliani – le cui linee evolutive si separarono circa 390.000 anni fa – anche se gli antropologi ne sospettavano la possibilità: tracce della presenza di Neanderthal sono infatti emerse anche nelle regioni abitate dai denisovani, dei quali invece sono stati trovati resti fossili – circa 2000 frammenti – soltanto nella grotta di Denisova, nelle montagne dell’Altai, in Siberia.

La variante genetica che consente l’adattamento alla vita ad alta quota dei Tibetani origina da un antico incrocio con l’uomo di Denisova

Ritrovamenti successivi di denti e di falangi confermerebbero questa ipotesi.

Anche se non si dubita di queste prove, il tutto è ancora oggetto di studio in attesa di ulteriori ritrovamenti.

Homo Floresiensis

Nel 2003 alcuni antropologi australiani ed indonesiani scoprirono dei resti di ominide nell’Isola di Flores, nell’arcipelago indonesiano.

La datazione di questi fossili ci dice che potrebbero essere vissuti tra i 100.000 ed i 50,000 anni fa.

La cosa che rende particolari questi reperti è il fatto che gli individui di cui sono i resti avevano un’altezza di circa un metro. I reperti però non sono di scimmia ma di esseri umani ed anche di specie abbastanza evoluta, collocabile tra i primi ominidi e l’Homo Sapiens.

In gergo questa specie fu detta “degli hobbit” e risultano essere gli umani adulti più piccoli conosciuti. La spiegazione degli scienziati è che la natura a volte, in spazi ristretti, avrebbe la tendenza ad evolversi in orme ridotte.

In questa stessa isola sono stati trovati anche resti di elefanti nani risalenti al Pleistocene.

Altri ritrovamenti di elefanti nani sono avvenuti a Cipro, Malta, Sicilia, Sardegna, Isole del Dodecanneso, Sulawesi, Timor ed altre piccole isole della Sonda.

Però è la prima volta che questa forma di nanismo viene riscontrata in un essere umano.

(Vedere però il paragrafo su Red Deer Cave People, che potrebbe rappresentare un secondo caso di nanismo).

Poiché la scoperta dei resti è avvenuta nell’isola di Flores, per questa specie è stata proposta la dizione “Homo Floresiensis”.

 

Homo Tsaichangensis

Nel 2008 alcuni pescatori che lavoravano nel canale Penghu, un tratto di mare al largo di Taiwan, costa occidentale, che comprende una novantina di isolette, trovarono un fossile di mandibola che sembrava umana.

Gli antropologi che studiarono il reperto conclusero alla fine che si trattava di un fossile umano di una specie estinta e ancora sconosciuta.

Tra gli autori degli studi, Yosuke Kaifu sostenne che erano necessari altri reperti, possibilmente di scheletro, prima di asserire l’esistenza di una nuova specie. Mark McMenamimargued, un altro antropologo, disse invece che questo resto era sufficiente a definire una nuova specie, chiamata Homo Tsaichangensis

La datazione di questo fossile ci porta da 190.000 a 10.000 anni fa.

La mandibola ed i denti rimasti attaccati sembrano però essere troppo primitivi per questa età.

Gli scienziati sono in attesa del ritrovamento di altri fossili per un quadro maggiormente certo.

Il reperto è conservato presso il National Museum of Natural Science di Taichung

https://www.google.it/search?q=Homo+Tsaichangensis&rlz=1C1CHWL_itIT817IT817&tbm=isch&source=iu&ictx=1&fir=7ou2TT8G5wyBzM%253A%252CLnBU3Ckml__FdM%252C_&usg=AI4_-kTDT8T699kLrQcp64LQ_gMh2j4yxA&sa=X&ved=2ahUKEwi0w9yVqb_eAhWDCewKHXF-DhYQ9QEwAnoECAUQBA#imgrc=7ou2TT8G5wyBzM:

Torna a inizio pagina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Chiave di Controllo * Tempo limite scaduto. Ricarica la chiave di controllo.