Varie in libertà

Ferdinando IV di Borbone, Re Nasone, Re Burlone e anche Re Lazzarone.

Ferdinando IV di Borbone
Re Nasone, Re Burlone e anche Re Lazzarone.

Dal 1734 al 1768 (matrimonio di Ferdinando)
Il fondatore della dinastia dei Borbone di Napoli fu Carlo di Borbone (Carlos Sebastián de Borbón y Farnesio, Madrid 1716 – Madrid 1788), figlio di Filippo V di Spagna (fondatore a sua volta della dinastia dei Borbone di Spagna) e della duchessa di Parma Elisabetta Farnese, da lui sposata in seconde nozze.
La madre ambiva un trono per il figlio: non poteva essere quello di Spagna perché nella successione era preceduto dai due fratellastri figli della prima moglie del re. Per diritto ereditario da parte di madre gli spettava il titolo di duca di Parma e Piacenza, ducato che poi resse dal 1731 al 1735. Carlo di Borbone era anche imparentato con i granduchi di Toscana.
Nel 1734, durante la guerra di successione polacca, Carlo partì alla conquista dei Regni di Napoli e della Sicilia, già vicereami degli spagnoli e in quel momento soggetti alla dominazione austriaca.
Il lungimirante Carlo di Borbone si portò dietro dalla Toscana l’economista Bernardo Tanucci (Stia, Arezzo, 1698 – San Giorgio a Cremano 1783), già stimato nel Granducato, nominandolo subito primo consigliere.
Nel 1735 fu incoronato re a Palermo e nel 1738 ebbe il riconoscimento ufficiale internazionale in cambio della rinuncia agli stati farnesi e medicei in favore degli Asburgo e dei Lorena.
Ufficialmente sarebbe stato Carlo III di Sicilia e Carlo VII di Napoli. Per evitare ogni confusione il Re disse allora: “Sentite, chiamatemi semplicemente Carlo e chiudiamola qui”.
Già da queste poche parole si può ricavare il carattere pratico ed essenziale del Re.
Mai una conquista militare fu così opportuna come questa: sotto il regno di Carlo III Napoli ebbe un impulso di rinnovamento in tutti i campi, dal “materiale” al culturale.
Fu riformato il codice, reso confusionario dall’accavallarsi delle varie leggi emanate dai vari conquistatori; fu riformato il sistema fiscale; furono avviati gli scavi delle città di Pompei ed Ercolano; fu iniziata la costruzione della reggia di Caserta, incaricandone del progetto il Vanvitelli e furono costruiti o rinnovati numerosi altri edifici pubblici.
A detta dei suoi contemporanei, Carlo aveva da subito cominciato ad amare la sua nuova terra e prese addirittura lezioni di dialetto napoletano per capire e farsi capire meglio dai sudditi e nello stesso tempo coltivava il sogno del completo affrancamento dalla Madre Patria, che direttamente o indirettamente continuava ad esercitare la sua influenza sul regno.
Sposò Maria Amalia di Sassonia, dalla quale ebbe 13 figli, il nono del quali era Ferdinando (1751 – 1825), il futuro re Lazzarone.
Ferdinando era preceduto da 6 sorelle, tre delle quali morte in tenera età, e da due fratelli. Considerata questa situazione, la possibilità che egli potesse accedere al trono di Napoli era veramente remota.
Ma gli avvenimenti seguono il loro inesorabile corso e nel 1759 morì il re di Spagna Ferdinando VI, fratellastro di Carlo, ed egli si trovò ad essere, in assenza di altri eredi e suo malgrado, il primo in ordine di successione per assumere il trono di Spagna.
Carlo non poteva rifiutare, pena una nuova guerra di successione in Spagna, particolarmente deleteria in quel momento di debolezza della nazione e quindi dovette abdicare per diventare re di Spagna col nome di Carlo III. Anche nella sua patria di origine governò bene tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Re Illuminato”.
La sua partenza fu una vera disgrazia per Napoli.
Carlo portò a Madrid il secondo dei suoi figli maschi per dargli istruzione alla corte spagnola, perché sarebbe stato lui il successivo re di Spagna.
La foto sottostante è quella della Grande Lancia a 24 remi delle Maestranze dell’Arsenale di Napoli, detta Gondola, che fu forse un dono al re da parte degli Eletti della Città nella prima metà del 700, in occasione della partenza per la Spagna di Carlo di Borbone. L’imbarcazione è decorata da bassorilievi che presentano alcune sirene che reggono lo stemma della città, raffigurato tra le rappresentazioni del Sebeto e di Minerva.
Ferdinando Re Lazzarone: lancia reale dono a Carlo IIIFonte foto: https://eventinapoli.com/passeggiate/lance-reali-e-carrozze-reali-a-san-martino
Torniamo a Napoli: le sorelle non avevano titolo al trono ed il primo fratello aveva già dato segno di una certa instabilità mentale e quindi improvvisamente Ferdinando, a soli otto anni, si trovò ad essere il nuovo re di Napoli.

Naturalmente l’età non gli consentiva di governare ed allora fu istituito un Consiglio di Reggenza, presieduto dal fidato Bernardo Tanucci e da Domenico Cattaneo principe di Sannicandro e zio di Ferdinando.
A Bernardo Tanucci fu affidato l’incarico del governo mentre al secondo l’educazione del piccolo re. Strana scelta questa da parte del saggio Carlo III, perché dai suoi contemporanei il principe di Sannicandro era considerato un uomo gretto ed ignorante.
Infatti Ferdinando ebbe un’educazione che non aveva nulla di regale ma molto, si potrebbe dire oggi, del “playboy”.
Il principe faceva curare al re la forma fisica, gli faceva svolgere attività sportiva, lo portava a caccia e a pesca, ma non ne curò lo spirito e nemmeno la cultura.
Ferdinando, primo re nato a Napoli e napoletano di fatto e di spirito fino alla radice dei capelli, non imparò mai l’italiano e voleva che tutti a corte parlassero in napoletano, facendo diventare di fatto il dialetto la lingua di uso corrente del Regno. Diceva Alessandro Dumas, il quale evidentemente non aveva molta simpatia per il nostro personaggio, che Ferdinando era riuscito a battere perfino Napoleone perché, mentre il Corso firmava almeno con l’iniziale del suo nome, il re di Napoli si limitava a far apporre il timbro da Bernardo Tanucci.
“Tanù, pienzace tu” era la frase con la quale l’incarico veniva delegato.
Il giovane Ferdinando, molto alto, forte di fisico e ben allenato, aveva come unico neo evidente un grande naso e per questo veniva chiamato anche “Re Nasone”.
Disertava l’istruzione di corte e preferiva ad essa l’andare per mare a pesca o per i boschi a caccia per poi, poco regalmente, rivendersi le sue prede al mercato facendo concorrenza alle altre bancarelle.
Il naso grosso non era l’unica parte del corpo ad essere fuori norma e, forte di questo, era anche un assiduo frequentatore di fienili in compagnia di prospere contadinelle del regno che egli gradiva molto più delle raffinate dame di corte.
Una bella vita, insomma, per il “golden boy” del Regno, in attesa della sua maggiore età (nel suo caso 16 anni) per l’incoronazione piena.
Oltre che nasone, Ferdinando veniva chiamato anche “Re Burlone”. Questo appellativo se lo era guadagnato perché amava fare scherzi alla gente: si travestiva e poi, con i suoi amici, prendeva in giro gli sconosciuti riempiendoli infine di “pernacchie”.
Il terzo nomignolo, “Re Lazzarone”, gli veniva dal fatto che aveva formato un’affiatata compagnia con i ragazzi di strada, chiamati appunto lazzari, più o meno gli odierni “scugnizzi”, ma con una devozione ammirevole per Ferdinando. Erano giovani sfaccendati che si adattavano a compiere qualsiasi mestiere, non disdegnando qualche piccolo furto e, in casi estremi, anche l’elemosina.
Secondo alcuni, i “lazzari” costituivano una società nella società del tempo e rispondevano a un loro codice di gruppo. Nella loro comunità si era sviluppata una vera e propria gerarchia che prevedeva anche l’elezione di un capo, riconosciuto e accolto in via ufficiale dalla corte reale.
I lazzari dimostrarono assoluta fedeltà al re: si distinsero per la difesa delle mura della città quando essa fu attaccata dall’esercito giacobino. Successivamente si allearono con le truppe del cardinale Ruffo per la riconquista di Napoli.
Quando Ferdinando ebbe raggiunto la maggiore età il Consiglio di Reggenza si trasformò in Consiglio di Stato, con funzioni consultive, ma di fatto Bernardo Tanucci continuò ad esercitare il governo a causa dello scarso interesse del re per le faccende pubbliche, almeno per i primi anni del suo regno.
A 17 anni, nel 1768, il re sposò Maria Carolina d’Asburgo-Lorena (Vienna 1752 –Vienna 1814), arciduchessa d’Austria.
Il matrimonio avvenne per procura e poi la Regina partì alla volta di Napoli per congiungersi al marito.
In realtà inizialmente la sposa designata era l’arciduchessa Maria Giovanna Gabriella, che però poco dopo morì di vaiolo. Quindi la scelta si posò sulla sorella Maria Giuseppina. Prima che l’accordo di nozze fosse concluso, anche Maria Giuseppina si ammalò di vaiolo e morì.
Il povero e inconsapevole Ferdinando si guadagnò così la fama di menagramo presso le figlie di Maria Teresa d’Austria. L’Austria aveva interesse a “collocare” una granduchessa presso il trono di Napoli e quindi era chiaro che il matrimonio sarebbe toccato ad una delle altre sorelle delle due morte. Quando alla corte di Vienna si accennava all’argomento era tutto un fuggi fuggi di damigelle intente a fare gli scongiuri di rito che, per rispetto al loro rango regale e per dovere di decenza verso i lettori, preferiamo non dettagliare.
Un comportamento poco teutonico, se vogliamo, ma la pelle è pelle.
In un primo momento sembrava dovesse toccare a Maria Antonietta, ma l’interessamento del re di Francia per lei fece scivolare la scelta verso Maria Carolina la quale non ne voleva sapere in nessun modo; ma siccome “noblesse oblige” alla fine dovette capitolare.
Chissà quante volte, dopo la rivoluzione francese, la povera Carolina si è passata la mano sul collo pensando alla sorella ghigliottinata.
Un pettegolezzo finale. Pare che al primo incontro la nuova regina ebbe modo di esclamare: “Mio marito è proprio ripugnante”.
Lo giudicò brutto e grossolano e all’inizio non accettò i modi popolareschi del marito.
Si dice, col beneficio di un impossibile inventario, che a corte fu malignamente affisso un cartello con la dicitura: “o lui cambia lei o lei cambia lui” perché la differenza tra la granduchessa, finemente educata presso la più elegante corte europea ed il lazzaro napoletano, quale di fatto era il re, risultava veramente stridente.
Un’opera importante che si ricorda di questo periodo è il Centro di Selezione equina di Serre (Salerno), creato nel 1763, dove fu selezionata una stirpe di robusti cavalli, che furono valorizzati maggiormente nel breve periodo di dominio francese.

Ferdinando e Carolina
Ferdinando e Carolina. Fonte foto: http://www.altaterradilavoro.com/ferdinando-iv-re-di-napoli-e-re-di-arpino/

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Dal matrimonio alla Repubblica Napoletana (1799)

La regina era partita dall’Austria con l’incarico preciso di portare il Regno di Napoli sotto l’influenza austriaca, sottraendolo a quella spagnola.
Per facilitarle il compito, nel contratto di nozze era previsto che ella partecipasse alle sedute del Consiglio di Stato non appena avesse partorito il primo figlio maschio, erede ufficiale al trono. Questo avvenne nel 1776.
Fino a quel momento la personalità principale del Consiglio era stato Bernardo Tanucci, fedelissimo di Carlo III. Quindi il toscano era un ostacolo per la regina che infatti lo fece licenziare nell’ottobre 1776. Da quel momento tutti gli affari furono regolati dalla regina, che nominò un suo sostenitore a prendere il posto di Tanucci.
Già dalla giovane età Carolina si era dimostrata capace e ligia agli interessi della famiglia degli Asburgo-Lorena, imperatori d’Austria e del Sacro Romano Impero.
Carolina parlava correttamente l’italiano mentre Ferdinando non lo capiva del tutto e si esprimeva solo in dialetto e per un lungo periodo, a tutti gli effetti pratici, il vero re quindi divenne la regina, massone e sostenitrice dell’apertura di nuove logge.
La regina comunque tentò più volte di coinvolgere il marito in attività più consone al rango regale che essi ricoprivano, tentando per esempio di interessarlo all’opera. Lo portava al teatro San Carlo ma il re si annoiava a morte. Si narra che un giorno, durante una rappresentazione, si fece portare un succulento piatto di spaghetti al pomodoro e se lo mangiò senza la forchetta, con le mani, ad uso degli scugnizzi, tra il plauso e la risata generale.
Carolina era una donna risoluta che tirava dritto al suo scopo. Simpatizzante per la cultura illuminista, voleva applicare nel governo di Napoli le scelte innovatrici che derivavano da questa filosofia.
Era crudele e vendicativa con chi la contrastava ma allo stesso tempo dissoluta e facile al tradimento. Era intimamente convinta di poter avere qualunque uomo ai suoi piedi e questo, unito alla sua inclinazione lussuriosa, la rendeva pericolosa per tutti gli uomini che frequentavano la corte e che destavano in lei interesse fisico.
Naturalmente non era circondata da ciechi e da muti e Ferdinando non era sordo e quindi era certamente a conoscenza delle “intemperanze” della moglie, anche se faceva finta di non dare peso a ciò che si diceva, sebbene ogni tanto era solito esclamare: “la strozzerò con le mie stesse mani”.
Capitò che un giorno la “cogliesse sul fattaccio” con un giovane sacerdote cappellano a corte e Carolina non esitò ad addossare tutte le responsabilità al povero malcapitato prete il quale fu imprigionato nel Castel dell’Ovo e poi soppresso in grande segretezza. Amen.
Una buona mano per far emergere questo lato torbido di Carolina le fu data dalle sue dame di compagnia: la Marchesa di San Marco e la Duchessa di San Clemente, che erano considerate tra le donne più “zozze” della città.
Sembra che per una scommessa fatta con la Marchesa di San Marco le due donne, la marchesa e la regina, in incognito e travestite da prostitute, si siano recate ad esercitare per una notte nel postribolo di San Camillo a Napoli. Era un bordello per gente altolocata ed il compenso veniva stabilito in base alla soddisfazione del cliente. Avrebbe vinto la scommessa chi avesse guadagnato di più. La posta era un anello di diamanti. La regina vinse ricavando, oltre ovviamente all’anello, anche il compenso di 18 ducati.
E’ difficile fare un paragone con la moneta di oggi, però il ducato era il conio di maggior valore. Si può vedere sotto quale era la gerarchia delle monete all’epoca:
1 ducato = 5 tarì
1 tarì = 2 carlini
1 carlino = 10 grana
1 grano = 2 tornesi
1 tornese = 6 cavalli.
Il tornese era il taglio corrente, quello che si usava per la spesa quotidiana.
Quindi un risultato non da poco. Sembra che i clienti, uscendo dall’alcova di Maria Carolina, la raccomandassero caldamente agli altri in attesa.
Pare che le due donne a queste avventure ci avessero preso gusto perché si dice che, anche senza scommessa, l’abbiamo ripetuta diverse altre volte.
Considerato che Carolina ebbe 17 gravidanze (una gemellare) mettendo al mondo 18 figli, viene da chiedersi come abbia fatto a trovare il tempo per fare tutte queste cose.
In una lettera al padre Carlo, Ferdinando lamentava che la regina, andata su tutte le furie dopo aver saputo di essere di nuovo incinta, aveva cominciato a picchiare il marito ed a riempirlo di improperi.
Quindi le gravidanze qualche peso lo avevano!
Il buon Ferdinando, dal canto suo, non se ne stava certo con le mani in mano. Intanto a corte si divertiva a “pizzicare” tutti i fondo schiena femminili che gli capitavano a tiro e poi attingeva a piene mani tra tutte le damigelle che aveva attorno.
La sua vera passione però erano le prosperose contadine campane, senza tenere in gran conto il loro stato civile.
Le sue profferte teoricamente potevano essere rifiutate, ma in pratica è facile immaginare che nessuno abbia avuto il coraggio di farlo. Tra l’altro, da un punto di vista economico, qualche notte col re equivaleva a sistemarsi per tutta la vita.
Qualcuno dice che il re usasse San Leucio (se ne parlerà più avanti) come suo harem personale, ma questo è assolutamente smentito da molti altri i quali asseriscono che l’esperimento di San Leucio aveva finalità molto serie e quindi il re non lo usava come “riserva di caccia”.
Per le “malefatte” citate e quelle che saranno citate più avanti di Carolina e Ferdinando la bibliografia è la seguente:
Angelo Solmi: Lady Hamilton, edizioni Rusconi, 1982

Leda Melluso: L’amante inglese, edizioni Piemme, 2011
Camillo Albanese: Storie della città di Napoli, Newton Compton, 2006
Giuseppe Campolieti: Il re Lazzarone, laFeltrinelli, 1999
Come si può vedere, sono tutte pubblicazioni recenti, però basate su serie ricerche di lettere, diari, documenti e scritti dell’epoca. Il punto è che lo stesso fatto lo si può trovare riportato con diverse sfumature da parte dei “cronisti” dell’epoca in conseguenza della poca, nulla o molta simpatia che avevano per la famiglia reale.
Ci sono dei versi attribuiti a Eleonora Pimentel Fonseca, acerrima nemica dei Borbone (vedi più avanti la Repubblica Napoletana), che recitano:” Rediviva Poppea, tribade impura, d’imbecille tiranno empia consorte (…)
Uno degli Hobby preferiti “dall’imbecille” era la cucina. Un giorno, trovandosi ad Ischia ed avendo fame, si preparò personalmente una frittata. Poteva un re fare un piatto semplice? Ovviamente no. Quindi prese patate, zucchine, peperoni e cipolle, oltre alle uova, e si mise a cucinare. Il buon odore che veniva dalle sue finestre richiamò una folla di persone che si domandavano cosa mai stesse cucinando. Da allora la frittata di verdure di re Ferdinando è diventato piatto tipico della cucina ischitana.
Un altro aneddoto riguarda una gara di pesca: un giorno il re fu sfidato da un aitante pescatore a chi prendeva più pesce. Il re vinse la gara ed intascò la scommessa. Il giorno successivo però mandò i suoi servi a restituire l’importo della posta al giovane pescatore ed in più gli fece regalare una somma pari a 12 volte la puntata.
Dire che il re fosse amato dai napoletani è dire poco. Egli era oltre l’amore e l’odio dei suoi sudditi: era semplicemente uno di loro! La “tedesca” invece era odiata ed amata: odiata per i suoi duri atteggiamenti ed amata per le elargizioni che faceva in occasione delle feste.
Quelli che seguono sono alcuni brani tratti da “Storie segrete dei Borboni di Napoli e Sicilia” scritto da Giovanni La Cecilia, Edizioni Salvatore di Marzo, Palermo 1860.
Fonte internet:
http://www.repubblicanapoletana.it/confessioni.htm#_msocom_1
Sarebbero le confessioni di Maria Carolina da lei scritte e consegnate all’abate Hezendorf in punto di morte.
“Imparai molte lingue, non esclusa la greca e la latina, studiai coi miei germani Giuseppe e Pietro Leopoldo le lettere e la filosofia, e divenni spregiudicata, spirito forte, e desiderai com’essi quelle riforme che mettessero fine alle usurpazioni del sacerdozio ed innalzassero a potenza somma il principato. Libertà, progresso , diritti del popolo , furono sempre per me parole senza significato”.
I miei sensi ardentissimi, la fantasia più che romantica, mi rivelarono di buona ora certi sollazzi, che nella giovinezza e nell’età matura divennero per me bisogni imperiosi della vita.
“Sposa di Ferdinando IV, d’un re di tre lustri e mezzo, padrone del più bel paese del mondo, partii da Vienna con la mente colma di poesia e di amore.”

“Sui confini del regno si dissiparono tutte le mie illusioni, trovai il più bestiale e golfo principe nel marito ed il più zotico dei ministri, che regnava e governava al suo posto. Aborrii l’uno, detestai l’altro e posi ogni studio per dominare l’imbecille e soppiantare il ministro.”
“Un polacco impiegato nella corte di Vienna , mi aveva seguito a Napoli come cavaliere di onore : era vago come l’Adone antico , mi amava freneticamente , ma non osava palesarmi il suo amore; io gli agevolai la via passeggiando sola con lui nei giardini del palazzo. La prima tresca annodossi , ma essendomene infastidita gli diedi per successore il principe di Caramanico; l’ infelice se ne avvide, e partì per la guerra d’Ungheria, ove si fece uccidere. Il giovane sacerdote F…. cappellano della real chiesa del palazzo, mi piacque oltremodo, lo feci segretamente introdurre nel gabinetto di toeletta…., udii rumori di passi, e subito mutando atteggiamento conclamai, gridando all’oltraggio, all’offesa, come la sposa di Putifar; il re che sopravveniva, trovò il misero quasi dissennato, credendo perfidia mia l’opera, dell’azzardo. Gli misero un bavaglio in bocca (io lo suggerii perché non parlasse e mi accusasse), lo caricarono di catene, lo strascinarono in un sotterraneo del Castello Nuovo, e quivi lo finirono strozzandolo.”
“In Francia ed in Alemagna parlavasi molto dei liberi muratori (frammassoni); i dotti napoletani che io vedeva mi fecero comprendere che vi fossero iniziati. Una smania ardentissima di conoscere i loro misteri mi agitava, dimandai di far parte delle loro congreghe, ma al patto di saperne i più reconditi misteri, i più segreti arcani : mi risposero dovermi sottoporre in nome dell’uguaglianza alle prove della iniziazione ed alla gerarchia dei gradi. Figlia di Cesare ed avversa all’eguaglianza, mi credei oltraggiata, e odiai la setta ed i settari ; ma non rinunziai a penetrarne i misteri e per riuscirvi adoperai ogni mezzo, le seduzioni, le corruzioni e perfino le mie carezze.”
“Eravi un tedesco, che luminosa carica esercitava nel palazzo, maturo d’anni, non bello, ma di me pazzamente innamorato. Di gran lunga iniziato alla setta, ne possedeva tutt’ i segreti. Accesi provocandolo i suoi deliri, lo sedussi , lo allacciai nelle mie spire fascinatrici , e da lui non senza lotta disperata seppi in parte ciò ch’io desiderava; cogli stessi mezzi appresi dagli altri amanti il dippiù, e allora convincendomi che i frammassoni erano i nemici dei troni, decisi di perseguitarli aspramente, ferocemente, non come frammassoni (la filosofia alla moda e l’esempio dei miei fratelli lo impedivano), ma quali cospiratori e ribelli ; i tempi e le vicissitudini me ne porsero il destro.”
“Governai col principe della Sambuca e col marchese Caracciolo, che l’uno dopo l’altro presi per amanti, onde più docili, più sommessi ubbidissero ai miei ordini nel governo del regno.”
“Nel 1779 a premura di Caramanico veniva nel regno un Giovanni Acton inglese ed era preposto alla direzione della marina : ci piacemmo e fummo d’accordo subito. Caramaníco fu allontanato e morì dì veleno in Sicilia ma non propinatogli per maleficio di Acton, come ne corse la fama, sibbene per opera di potente nemico sacerdotale, che risedeva a Roma.”
“Nel 1781, correndo il decimoterzo anno del mio regno e governando con l’Acton, ci trovavamo sovente imbarazzati e trattenuti nella spedizione degli affari dall’accidia del re, che ricusava quasi sempre di apporre la sua firma ai decreti , e fuggivasene a Caserta, a San Leucio ed a Persano o a Mondragone; allora pensammo di farlo morire di veleno : Acton era figliuolo d’un medico, io qualche cosa intendeva di chimica, preparammo insieme il veleno vegetale del Lauro ceraso (la belladonna) e nel vino glielo amministrai io stessa in una cena a tarda notte; ma fosse scarsa la dose o resistesse al veleno il suo robusto temperamento, ei non morì, invece si accrebbe in lui da quel dì la pigrizia e divenne più bestia , più idiota di prima ed al punto che io doveva sempre suggerirgli le risposte in tutte le occasioni.”
“La corruzione di Acton, i suoi gusti, i suoi sistemi politici, tutto uniformandosi alle mie inclinazioni, i nostrì legami divennero per lunghi anni infrangibili; e quantunque per sola lussuria a me piacesse variare, giammai mi venne in mente di allontanarlo da me. Amai quell’uomo fra tutti, giudicandolo come necessario esistenza.”
“Una donna inglese (Lady Hamilton) divenuta druda di Nelson fu da me accarezzata nel solo disegno di giovarmi di lei presso l’ ammiraglio britannico. Con quella donna divisi sovente la mensa, il bagno…. il talamo…… Usciti i Francesi da Napoli per virtù di superstiziose turbo guidate da un corrotto cardinale, sapendo che una capitolazione salvasse i repubblicani di Napoli dalle vendette mie, con carezze e ricchissimi doni vinsi ed inviai a Nelson la sua amante Emma Lyona , e per mezzo suo ottenni quanto io desiderava, vendicarmi de’ ribelli ed esterminarli.”
“In quel tempo, e prima ancora, fu detto ed accertato per Napoli, che la sera per lubricità di sensi io visitassi il lupanare della via San Camillo, e quivi in sacerdotessa di Venere mi trasmutassi. La fama non mentì sulle visite da me fatte a quel tristo ricovero d’impurità; ma ne esagerò lo scopo ed i fatti. Furente gelosia di Acton mi spinse ad accettare la scommessa della perversa marchesa di Santo Marco, inosservata vidi ciò che si faceva, ma non m’insozzai. L’immaginazione però fu talmente colpita da quanto vidi, che più tardi me ne servii per riadescare Ferdinando e strappargli così le firme di cui aveva bisogno per gli affari del regno.”

Questo però smentirebbe quanto scritto da Solmi ed Albanese sulla famosa scommessa.
Cosa pensare? Da una parte abbiamo un diario scritto di proprio pugno di cui non si discute l’autenticità e quindi saremmo portati a credere a quanto letto. Però una cosa è confessare di avere avuto amanti, fatto non insolito con i matrimoni combinati, altra cosa è confessare di essersi abbandonata al meretricio. Dice la regina: “non mi insozzai” e quindi la riteneva una “zozzeria”. Si può anche supporre che non abbia avuto il coraggio di confessare nemmeno al suo diario, nell’ottica di una futura pubblicazione, fino a che punto si fosse spinta la sua depravazione. Però per contro confessa un tentato omicidio. Lo riteneva meno grave della prostituzione?
Dall’altra parte abbiamo ricerche serie e frutto di anni di lavoro e basate su resoconti dell’epoca. Ma quanti di quei “cronisti” settecenteschi sono stati testimoni oculari? Se tutti hanno riportato la stessa “vox populi” ecco che le testimonianze, anche se fatte in buona fede, possono addossare a qualcuno colpe che non ha, se la voce popolare su cui si fondano ha esagerato i fatti.
La verità non si saprà mai ed è folle pensare di poter trovare delle ricevute rilasciate all’atto del pagamento delle prestazioni, che costituirebbero la “prova regina”.
Non di solo sesso viveva la corte di Napoli. Un residuo di vassallaggio era la chinea, che consisteva in un tributo da versare alla chiesa ed il denaro era portato da una mula bianca.

Nel 1776 per volere di Ferdinando, o magari più probabilmente della regina, questa usanza fu abolita.
Nel 1778, proveniente da una eredità, fu trasferìta nel Palazzo Reale di Napoli la fabbrica di arazzi napoletani, apprezzati in tutto il mondo per la loro qualità.
Nel 1779 fu nominato ministro della Marina John Acton (Sir John Francis Edward Acton, Besançon 1736, Palermo 1811). Questa nomina fu fatta nell’ottica di una completa riorganizzazione della flotta navale del regno, fino a quel momento fatiscente. Furono acquistati subito dei vascelli e furono mandati allievi sulle navi di tutta Europa per fare apprendistato. Fu ampliato il Collegio della Marina, già esistente, e per acquisire capacità di intervento anche sul fronte terra fu istituito un Reggimento della Real Marina.
Contemporaneamente fu fondato un poderoso cantiere navale a Castellammare di Stabia che doveva essere destinato all’accrescimento della flotta.
Sebbene con qualche difficoltà, i cantieri esistono ancora oggi e sono specializzati principalmente nella costruzione delle navi traghetto, ma vi si costruiscono anche navi di altro tipo.
Come abbiamo già visto, Acton entrò subito nelle grazie (e nel letto) della regina.
Il capolavoro di Ferdinando, e su questo pare non ci siano dubbi, è proprio opera sua, è stata la manifattura di San Leucio, per la produzione della seta. Furono acquistati macchinari all’avanguardia per l’epoca e la produzione del borgo era famosa in tutto il mondo.
A san Leucio il re aveva un suo casino di caccia e vi vivevano alcune famiglie incaricate della custodia e della manutenzione.
Col tempo i coloni crebbero di numero e diventarono una comunità.
Allora il re pensò di dare loro autonomia economica attraverso la costruzione di una seteria e di una fabbrica di tessuti e stilò di proprio pugno delle regole base per il funzionamento del tutto.
Diede una regolare struttura urbanistica alla zona e chiamò Ferdinandopoli la nuova realtà. Questo nome di fatto non è stato mai usato e tutti conoscono quei luoghi semplicemente come San Leucio.
La “Costituzione” del Borgo si fondava su tre principi base:
1) L’educazione era la fonte della pubblica tranquillità;
2) La buona fede era la prima delle virtù;
3) Il merito era la sola distinzione tra gli individui.
Vi sfido a trovare oggi, anche nei Paesi nordici, delle comunità così avazate.

Era vietato il lusso. Gli abitanti dovevano ispirarsi all’assoluta eguaglianza, senza distinzioni di condizioni e di grado, e vestirsi tutti allo stesso modo. La scuola era obbligatoria, a partire dai sei anni di età: i ragazzi erano poi messi ad apprendere un mestiere secondo le loro attitudini e i loro desideri. Obbligatoria anche la vaccinazione contro il vaiolo. I giovani potevano sposarsi per libera scelta, senza dover chiedere il permesso ai genitori. Le mogli non erano tenute a portare la dote: a tutto provvedeva lo Stato, che s’impegnava a fornire la casa arredata e quello che poteva servire agli sposi.
Insomma, molto di più del kolchoz di sovietica memoria, forse più un antesignano del kibbutz israeliano anch’esso con uno statuto di regole rigide.
Non era solo fabbrica, ma collettività completamente autonoma dove ognuno si dedicava all’attività più congeniale, agricoltura compresa, ed il tutto veniva gestito collettivamente.
Tutto questo ebbe fine nel 1861 quando il Regno fu annesso al Piemonte: il setificio fu dato ai privati, e lo statuto divenne carta straccia.
Qualche volta viene davvero voglia di gridare “Viva l’Italia”.
Oggi tutto il complesso (da ricordare che le architetture sono del Vanvitelli) è stato dichiarato dell’UNESCO patrimonio dell’umanità.
Le notizie su San Leucio hanno come fonte: http://www.ilportaledelsud.org/sanleucio.htm

Ferdinando di Borbone: veduta di San Leucio
Veduta di San Leucio
Ferdinando di Borbone: macchinari di San Leucio
Macchinari di San Leucio

Fonte delle due foto: https://www.fulltravel.it/guide/campania/san-leucio/san-leucio-un-villaggio-operaio-esemplare/16620
Nel 1787, sempre nell’ottica del riordino delle forze armate, fu fondata la Reale Accademia Militare della Nunziatella, ancora oggi attiva come scuola per ufficiali.
Ferdinando inoltre portò a compimento alcuni progetti iniziati dal padre Carlo, come gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, la fabbricazione delle Porcellane di Capodimonte e la Reggia di Caserta, capolavoro di Luigi Vanvitelli.
Completò anche il trasferimento a Napoli della collezione Farnese, contenente opere d’arte di grande valore. La collezione era proprietà del re per provenienza materna.

Ferdinando di Borbone: la reggia di Caserta
La reggia di Caserta. Fonte foto: http://www.italia.it/it/idee-di-viaggio/siti-unesco/caserta-la-reggia-e-il-parco.html

L’Europa di questo periodo è teatro di grandi avvenimenti, sfociati nel 1789 nella rivoluzione francese.
Quando nel 1793 fu ghigliottinata la sorella Maria Antonietta, Carolina reagì riversando un odio feroce verso i rivoluzionari e tutti quelli che ne propugnavano le idee. Temeva per il suo regno e per la sua incolumità e reagì brutalmente e duramente, condannando chiunque fosse sospetto per le proprie convinzioni. Si dice che sul quadro della famiglia reale francese avesse apposto la scritta: “non avrò pace finché non ti avrò vendicata”.
A Napoli erano nate due diverse società segrete rivoluzionarie: una fautrice di una monarchia costituzionale e un’altra fautrice di una Repubblica. La loro repressione causò nel 1794 la condanna a morte di 3 ragazzi e altri 50 furono soggetti a pene gravi.
Per garantirsi l’appoggio inglese, utile alleato in tempi così incerti, Carolina strinse (abbiamo visto prima) una “tenera amicizia” con Lady Hamilton, che era la moglie dell’ambasciatore inglese a Napoli ed anche amante di Orazio Nelson.
Già dal 1796 le truppe francesi, guidate dal generale Napoleone Bonaparte cominciano a riportare significativi successi in Italia; le armate napoletane, pur forti di circa 30.000 uomini, il 5 giugno sono costrette all’armistizio di Brescia, e a lasciare ai soli austriaci l’onere della resistenza ai francesi. Nei due anni successivi i francesi continuano a dilagare in Italia; l’una dopo l’altra vengono proclamate delle repubbliche “sorelle”, filofrancesi e giacobine (la Repubblica Ligure e la Repubblica Cisalpina nel 1797, la Repubblica Romana nel 1798).
Nel 1798 Carolina promuove e sostiene l’intervento militare contro la Repubblica Romana provocando la reazione dei francesi e la rovinosa disfatta dell’esercito napoletano. Paventando un’invasione a seguito della sconfitta, scappa a Palermo con il marito, la corte, gli Hamilton e l’ ammiraglio Nelson, abbandonando Napoli in completa anarchia. I fuggitivi portano con loro quanto più si può prendere: tutto il danaro dei banchi pubblici e mobili e casse di capolavori d’arte.
Al conte Francesco Pignatelli venne affidato l’incarico di vicario generale e da questi fu dato ordine di distruggere la flotta, che venne incendiata.
Il giorno 11 gennaio 1799 il conte Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso armistizio col generale francese Championnet, che segnò la capitolazione del regno di Napoli.
Il 23 gennaio, con l’approvazione e l’appoggio del comandante dell’esercito francese, viene proclamata la Repubblica Napoletana.


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Dalla Repubblica Napoletana alla morte di Ferdinando.

La Repubblica nasce con un governo provvisorio di 25 membri, articolato in sei comitati (Centrale, Militare, Legistativo, Polizia Generale, Finanza ed Amministrazione)
Gli inizi della Repubblica sono difficili, perché sottoposta in pratica alla dittatura del comandante delle truppe francesi, anche se lo Championnet mantiene un atteggiamento benevolo nei confronti del governo provvisorio
Fu varata una sola legge importante, quella che prevedeva l’abolizione dei fedecommessi e le primogeniture ( 29 gennaio 1799), mentre non può andare in porto la legge per l’abolizione della feudalità. Il 14 aprile il nuovo commissario francese opera una riforma del governo della repubblica partenopea che approva il 25 aprile la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, che non potrà però avere neppure un principio di attuazione in conseguenza della piega presa dagli avvenimenti.
Alla neonata Repubblica manca l’appoggio delle province non ancora occupate dai francesi ( il termine provincie, secondo lo Zingarelli, è caduto in disuso).
Furono anche distribuiti volantini col programma della Repubblica ma il popolo, analfabeta al 90%, non era in grado di leggerli.
Intanto il cardinale Fabrizio Ruffo, sbarcato con l’assenso regio il 7 febbraio in Calabria con pochi compagni, facendo leva sull’odio delle masse contadine nei confronti dei proprietari, identificati sommariamente nei giacobini, riesce a impadronirsi rapidamente della regione avanzando poi in Basilicata e nelle Puglie.
Le notizie delle sconfitte subite dalle truppe francesi in Lombardia nella guerra contro gli Austriaci costringono i Francesi a sgomberare progressivamente tutto il regno.
I repubblicani sono costretti a difendersi da soli sia dalle truppe del cardinale Ruffo che dalla reazione dei lazzari superstiti scampati al massacro fatto dai francesi.
Dopo una disperata resistenza al ponte della Maddalena, i patrioti ottengono un’onorevole capitolazione (19-23 giugno), offerta dal Ruffo ma non accettata da H. Nelson.
La Repubblica viene dichiarata decaduta l’8 luglio dal re, appena giunto a Napoli.
Ha così inizio una feroce vendetta contro i patrioti napoletani.
Più di cento repubblicani sono impiccati o decapitati, e tra questi i più bei nomi dell’ intellettualità napoletana ( Francesco Mario Pagano, Eleonora Pimentel Fonseca, Ignazio Ciaia, Domenico Cirillo, Vincenzo Russo, che aveva avuto un ruolo anche nella Repubblica Romana) e l’ammiraglio Francesco Caracciolo contro cui Horatio Nelson nutre un particolare astio.
Questa repressione è stata così dura da allarmare perfino le monarchie europee.
Benedetto Croce condanna duramente la repressione indicando il re, la regina e Nelson come i veri responsabili di quanto avvenuto.
Maria Carolina, alla morte della sorella Maria Antonietta, aveva giurato di vendicarsi della “peste” francese e, da buona teutonica, ha tenuto fede alla sua promessa. Da qui la ferocia nella persecuzione. Non vuole essere un’attenuante, ma solo un modo di capire certi comportamenti.
Nel 1801 le truppe napoletane che tentavano di raggiungere la Repubblica cisalpina, furono sconfitte a Siena da Gioacchino Murat. Allo scontro seguì l’armistizio di Foligno, il 18 febbraio 1801, e in seguito la pace di Firenze che prevedeva, tra l’altro, l’amnistia per i repubblicani filofrancesi.

Dopo aver completato la riconquista del regno, Ferdinando si preoccupò di ricollocare sul trono papale il deposto pontefice. Organizzata una forte spedizione militare, entrò nei territori vaticani. Il 27 settembre 1799 l’esercito napoletano riconquistò Roma, che era già stata abbandonata dai francesi il 19 settembre, mettendo fine all’esperienza rivoluzionaria nello Stato Pontificio.
Nel 1805 scoppiarono di nuovo le ostilità tra Francia ed Austria. Ferdinando firmò un trattato di neutralità con quest’ultima. Alcuni giorni dopo, tuttavia, si alleò con l’Austria nella Terza Coalizione e permise ad un corpo di spedizione Anglo-Russo di entrare nel Regno per difenderlo dalle truppe francesi. In seguito alla disfatta subita dalla coalizione il 2 dicembre nella Battaglia di Austerlitz, i Russi lasciarono l’Italia, mentre gli Inglesi si ritirarono in Sicilia.
Ai primi di febbraio del 1806 le truppe francesi, riorganizzate e poste sotto il comando di Andrea Massena, invasero il Regno di Napoli, ma già il 23 gennaio 1806 Ferdinando si era imbarcato sull’Archimede alla volta di Palermo.
I principi reali Francesco, cui era stata affidata la reggenza, e Leopoldo, raggiunsero l’esercito in Calabria.
Il 14 febbraio 1806 i francesi entrarono di nuovo a Napoli. Napoleone dichiarò decaduta la dinastia borbonica e proclamò suo fratello Giuseppe Bonaparte Re di Napoli. Egli regnò dal 1806 al 1808, quando Napoleone lo proclamò Re di Spagna ed il trono napoletano andò nelle mani di Gioacchino Murat.
La famiglia reale intanto governava in Sicilia, difesa dalla flotta inglese.
Invano Carolina tenta di convincere il marito ad organizzare la riconquista del Regno, ma questi all’impegno politico preferisce i favori della principessa di Partanna.
Dietro pressioni britanniche, Maria Carolina, accusata di complotto verso l’Inghilterra, era stata allontanata dalla Sicilia e costretta a ritirarsi a Vienna, dove morì l’8 settembre 1814.
Il 27 novembre 1814, ormai sessantatreenne, Ferdinando sposa, con matrimonio morganatico, la più giovane Lucia Migliaccio, vedova Partanna.
Dopo il recepimento delle norme stabilite dal Congresso di Vienna Ferdinando poté riprendere possesso, il 7 giugno 1815, del Regno di Napoli. Ai Borbone, però, non furono retrocessi Malta, che restò protettorato britannico, ed i Presidi, che furono assegnati al Granducato di Toscana.
I Presídi (oppure Stato dei Presidi) erano situati sulla costa toscana del Mar Tirreno e ne facevano parte Orbetello (capitale dello stato), Porto Ercole, Porto Santo Stefano, Talamone, Ansedonia, Piombino e l’Isola d’Elba (che includeva il presidio di Porto Longone, l’attuale Porto Azzurro).
Alla fine del 1816, con la “Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie”, Ferdinando, fino ad allora III di Sicilia e IV di Napoli, istituì una nuova entità statuale, il Regno delle Due Sicilie, ed assunse il titolo di Re del Regno delle Due Sicilie col nome di Ferdinando I.
Gli ultimi anni di regno di Ferdinando I di Borbone sono caratterizzati da fermenti carbonari e antiborbonici che, nel luglio del 1820, porteranno ai moti avvenuti anche in altre parti d’Europa, durante i quali Ferdinando si vide costretto a firmare la Costituzione, ritirata subito dopo la repressione dei moti carbonari.
Ferdinando morì il 4 gennaio 1825, all’età di settantatré anni e dopo sessantasei anni di regno, e fu sepolto nella Basilica di Santa Chiara, sepolcreto ufficiale dei Borbone delle Due Sicilie.

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Biografie di figure importanti durante il regno di Ferdinando

Bernardo Tanucci
Bernardo Tanucci Nacque a Stia, nel Casentino, il 20 Febbraio 1698. Si laureò in legge nel 1725 all’Università di Pisa, dove poi insegnò diritto dal 1728 al 1734.
Sostenne in vari opuscoli l’opinione tradizionale della provenienza da Amalfi delle Pandette pisane.
Quando Carlo di Borbone, duca di Parma e figlio di Filippo V di Spagna, attraversò la Toscana, il granduca Gian Gastone de’ Medici gli consigliò di portare con sé Tanucci a Napoli.
Carlo lo nominò dapprima Primo Consigliere, quindi sovrintendente delle poste, Ministro della Giustizia nel 1752, Ministro degli Affari esteri della Casa Reale nel 1754 e finalmente Primo Ministro, concedendogli il titolo di marchese.
Come primo ministro Tanucci si impegnò energicamente per affermare la superiorità del moderno Stato laico sulla Chiesa e per abolire i secolari privilegi feudali della nobiltà e del clero nel Regno di Napoli: limitò la giurisdizione dei vescovi, eliminò prerogative risalenti all’epoca medievale, ridusse le tasse da pagarsi alla Curia romana. Queste riforme, ispirate ai principi illuministi del periodo, vennero sancite in un Concordato con il Papato del 1741, la cui applicazione però andò ben oltre quanto avesse auspicato la Santa Sede.
Quando il re Carlo divenne sovrano di Spagna nel 1759 Tanucci venne nominato presidente di un Consiglio di Reggenza voluto dallo stesso, per surrogarsi al piccolo Ferdinando IV, di appena 9 anni. Tanucci e Domenico Cattaneo principe di Casciano, erano controllati a distanza, dalla Spagna, da Carlo III. Solo nel 1765 fu consentito a Ferdinando di partecipare alle sedute del Consiglio.
Il 12 gennaio 1767, con il compimento del sedicesimo anno d’età, Ferdinando divenne maggiorenne e assunse il potere e il Consiglio di Reggenza divenne un Consiglio di Stato, con funzioni consultive. Questi, anche quando raggiunse la maggiore età, preferì inizialmente lasciare il governo nelle mani capaci dello statista toscano.
Una delle mosse più importanti in questo processo di secolarizzazione fu l’espulsione dei Gesuiti dal Regno nel 1767, in sintonia con quanto aveva fatto Carlo III a Madrid.
Uno degli ultimi suoi atti fu l’abolizione della chinea (1776), fatto citato precedentemente, il tributo annuale che i re di Napoli versavano al papa come segno del loro vassallaggio sin dal tempo di Carlo I d’Angiò.
Meno fortunata ed efficace fu la sua politica finanziaria, dovuta in parte anche alla sua formazione giuridica, che non gli permise di cogliere le istanze riformatrici che pure alcuni economisti meridionali invocavano.
Un grande errore di Tanucci furono però le tasse sui generi alimentari, che provocarono frequenti rivolte popolari, come quella del 1764, in occasione di una carestia che aveva colpito la popolazione, specialmente in Sicilia.
Quando nel 1775 Maria Carolina, ostile alla politica filoispanica del ministro, entrò a far parte del Consiglio di Stato, il potere di Tanucci iniziò a declinare. Invano egli si sforzò di neutralizzare l’influenza della regina: nel 1776 fu rimosso dal suo incarico e si ritirò a vita privata.
Morì a San Giorgio a Cremano nel 1783 e fu sepolto nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, l’antica chiesa della comunità fiorentina, oggi scomparsa. Sulla sua tomba fu posta una lapide recante l’epigrafe latina “Cum per annos plusquam quadraginta huius Regni clavum moderasset, vectigal nullum usquam imposuit”, che tradotta in italiano significa: nonostante avesse retto il governo di questo regno per più di quarant’anni, giammai impose tributo alcuno.
Fonte della biografia: https://it.wikipedia.org/wiki/Bernardo_Tanucci

John Francis Edward Acton
Sir John Francis Edward Acton, nacque a Besançon il 3 giugno 1736.
Entrò nella marina francese e dopo poco tempo passò a quella del Granducato di Toscana e, nel 1775, comandò una fregata nella spedizione congiunta spagnola e toscana contro Algeri, distinguendosi per coraggio e risorse.
Nel 1778 la regina Maria Carolina di Napoli chiese a suo fratello, il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, di permettere ad Acton di recarsi a Napoli per riorganizzare la Marina dei Regni di Napoli e Sicilia.
Acton giunse a Napoli il 4 agosto del 1778 con la carica di Direttore della Real Segreteria della Marina.
Il piano di rinnovamento che egli predispose e le considerevoli condizioni di degrado della marina richiesero molto più dei pochi mesi concessogli da Leopoldo II. Nel 1179 Carolina, che ha già deciso di farne uno dei suoi amanti, suggerì al consorte, Re Ferdinando IV, di proporgli di restare per dirigere e gestire la ricostruzione della Marina Napoletana.
Promosse la creazione del Cantiere Navale di Castellammare per potenziare la flotta.
L’appoggio di Maria Carolina lo portò in breve tempo alle maggiori cariche del governo e nel 1789 divenne Ministro degli Esteri, ma con funzioni di Presidente del Consiglio.
Fu un accanito persecutore degli oppositori attuando e sostenendo una politica di forte conservatorismo e repressione e partecipò attivamente alla crudele repressione seguita dopo la Repubblica Napoletana.
Col ritorno dei Francesi a Napoli nel 1806 Acton andò in Sicilia per ritirarsi poco dopo dalla politica.
Morì a Palermo, nel 1811, all’età di 75 anni

Orazio Nelson
Lord Horatio Nelson, primo visconte Nelson e primo duca di Bronte nasce a Burnham Thorpe il 29 settembre 1758.
Dopo aver perso la madre a soli nove anni, Horatio frequenta le scuole fino ai dodici per poi arruolarsi nella marina militare inglese grazie ad uno zio materno. Dopo aver fatto il suo primo viaggio nelle Indie Occidentali ed aver partecipato ad una spedizione nell’Artico, nel 1778 viene promosso capitano di vascello.
Nel 1787, durante uno dei suoi viaggi nelle Indie conosce e sposa Frances Nisbet.
Dopo aver preso il comando del vascello Agamemnon durante la guerra contro la Francia, nel 1793 durante una missione a Napoli conosce Emma Hamilton, la giovane moglie dell’ambasciatore inglese che diventa ben presto sua amante. L’anno seguente, impegnato nella conquista della Corsica, perde l’occhio destro durante un attacco.
La carriera di Nelson subisce una svolta nel 1797 quando, disobbedendo agli ordini del suo capitano, decide di compiere un’azione a dir poco audace: chiude il passaggio alla flotta spagnola ed attacca due navi nemiche, determinando così la vittoria degli inglesi nella battaglia di Cape St. Vincent. Nello stesso anno, mentre partecipa alla battaglia per la conquista di Tenerife, viene colpito al braccio destro che si frattura in più punti; divenuto incurabile gli viene amputato (dall’incidente in poi l’ammiraglio stesso chiamerà scherzosamente il suo braccio “la mia pinna”, in rispetto delle pratiche mediche del tempo).
Il 1 agosto del 1798 è vittorioso contro i francesi nella famosa battaglia del Nilo (conosciuta anche come la battaglia di Aboukir Bay). La vittoria di Nelson mette fine alle ambizioni di Napoleone, intenzionato a fare guerra alla Gran Bretagna per impadronirsi delle Indie.
Nel 1800, dopo esser stato nominato da Re Ferdinando Duca di Bronte, torna in Inghilterra con Emma e, poco tempo dopo, decide di separarsi dalla moglie Francis per vivere con l’amante.
La battaglia per la quale l’ammiraglio verrà sempre ricordato e per la quale è diventato eroe nazionale dell’Inghilterra è la famosa battaglia di Trafalgar, al largo del capo omonimo presso Gibilterra.
Nelson issa sulla sua nave la celebre frase “England expects that every man will do his duty” (l’Inghilterra si aspetta che ognuno compia il proprio dovere) e porta alla vittoria la flotta inglese. Il duello anglo-francese per il controllo degli oceani volge così al termine: l’Inghilterra avrà il predominio assoluto sui mari fino alla Prima Guerra Mondiale.
Colpito da un proiettile durante lo svolgimento di questa battaglia, il 21 ottobre 1805 il grande ammiraglio muore. Il suo corpo verrà posto in una botte di rum per poterlo conservare fino all’arrivo in Inghilterra.
Il suo corpo venne solennemente tumulato nella Cattedrale di San Paolo a Londra, all’interno di una bara ricavata da un pezzo di legno, ripescato in mare, parte dell’albero maestro de L’Orient.
Quest’ultima era l’ammiraglia francese che fu affondata nella battaglia del Nilo.
Fonte principale: http://www.abilitychannel.tv/horatio-nelson-lammiraglio-inglese-senza-un-braccio-piu-famoso-di-tutti-i-tempi/

Lady Hamilton
Emily Lyon nacque a Neston, un paese oggi di 3.521 abitanti della contea del Cheshire, in Inghilterra, il 26 aprile 1765.
Ebbe origini modeste, figlia di un fabbro e di una cameriera, e fu costretta a lavorare fin da bambina. Successivamente la madre si trasferì a Londra, in cerca di una vita migliore ed Emma lavorò come cameriera, come fruttivendola ed ancora come cameriera.
Conobbe infine il luogotenente John Willet Payne e ne divenne l’amante.
Payne ebbe gravi disavventure economiche: l’amico che lo aiutò finanziariamente volle in cambio Emma. Quindi la donna andò a vivere nel castello di Featherstonehaugh di proprietà del nuovo compagno.
Anche il nuovo amante perse la sua fortuna ed Emma trovò lavoro presso un certo dottor Graham, che faceva esperimenti con la corrente elettrica, col compito di intrattenere i visitatori del laboratorio.
Capitò presso il dottor Graham un certo Charles Greville, che già aveva conosciuto Emma ai tempi di Featherstonehaugh, che la volle come sua dama.
Charles Greville era nipote dell’ambasciatore inglese a Napoli, William Hamilton. Capitò che anche Greville (…..) andasse in rovina. La soluzione per lui era un ricco matrimonio con una aristocratica di Edimburgo ed allora Greville pregò Emma di andare a Napoli con lo zio William.
A Napoli Emma divenne molto popolare nell’alta società. Anche Goethe ne decantò la sua grazia e la sua bellezza. La relazione tra Emma e William Hamilton divenne più intima e presto diventarono amanti. Ella fu accettata alla corte di Napoli dalla regina e dal primo ministro John Acton. Emma e William tornarono in Inghilterra e si sposarono il 6 Settembre 1791.
Quando Emma tornò a Napoli, incontrò il famoso ammiraglio inglese Lord Nelson. Era in atto una guerra tra Inghilterra e Francia e la monarchia a Napoli era in pericolo perché Napoli era piena di partigiani della Rivoluzione francese. Emma spesso intervenne negli affari politici e sempre in favore del governo inglese e della sua flotta. Grazie ad Emma, Lord Nelson ottenne dal governo di Napoli abbastanza aiuti per poter trionfare contro i francesi ad Abukir. La guerra contro la Francia continuò e Napoleone Bonaparte presto arrivò a Napoli. Lord Nelson aiutò il re e la regina di Napoli a fuggire verso Palermo. Emma e William andarono in Inghilterra con l’aiuto di Nelson. Nelson ed Emma divennero amanti. Alcuni mesi dopo Emma partorì una bambina. Il suo nome fu Horacia (come suo padre). Era risaputo che Emma ed Horace erano amanti. I loro rispettivi coniugi accettarono la situazione, ma così non fece la società inglese.
Nell’aprile del 1803 William Hamilton morì e la sua eredità andò al nipote Greville, tranne 100 lire che andarono ad Emma. Emma ebbe problemi finanziari. Nelson fece in modo che andasse a vivere a casa di suo fratello William. Emma scrisse a Maria Carolina chiedendo un aiuto in denaro, ma la regina non rispose: la donna era rovinata. Nelson morì nella battaglia di Trafalgar e suo fratello William non volle eseguire il testamento di Horace che includeva anche Emma. Emma dovette andarsene e visse in miseria. Finì due volte in prigione per debiti. Furono scoperte le lettere che Horace Nelson aveva scritto ad Emma, ma la famiglia disse che erano false. Era la fine per Emma. Morì in miseria il 15 gennaio 1815 a Calais.

Luisa Sanfelice
Luisa Fortunata de Molina nasce a Napoli il 28 febbraio del 1764 da Pietro, un ufficiale dell’esercito borbonico di origine spagnola, e da Camilla Salinero. A diciassette anni sposa il cugino Andrea Sanfelice, della nobile famiglia napoletana dei duchi di Lauriano ed Agropoli: il nonno materno di Luisa era fratello della nonna materna di Andrea.
A causa della loro tormentata condotta coniugale, la famiglia reale decide per la loro separazione temporanea.
La lontananza però ravviva il loro amore e il 7 marzo del 1794 Luisa e Andrea scappano insieme e ritornano a Napoli, nella loro casa di palazzo Mastelloni al Largo della Carità.
Purtroppo nel 1797 Andrea Sanfelice riceve un mandato di cattura dalla Vicaria per debiti, ma la situazione in parte si accomoda quando, approfittando opportunamente del nuovo corso politico di caccia agli oppositori ed ai “giacobini”, decide di farsi “realista” e riveste cariche pubbliche.
Da questo momento le notizie sono incerte e prive di riscontri; sia i tradimenti coniugali di Luisa Sanfelice che la sua scelta politica sono soltanto supposizioni non dimostrate, formulate forse per meglio comprendere i fatti che la porteranno poi a morire sul patibolo. Di certo c’è che frequenta indifferentemente ambienti monarchici e repubblicani, affascinata probabilmente dalla mondanità dei salotti e delle feste. Quando poi a Napoli, nel gennaio del 1799, si forma la Repubblica la sua giovane e gioviale persona si getta con entusiasmo nei festeggianti ambienti repubblicani. Nel salotto della Pimentel Fonseca conosce Ferdinando Ferri e Vincenzo Cuoco e ad entrambi infiamma i cuori. Anche tra i sostenitori del ritorno del re c’è chi arde d’amore per lei. Si tratta di Gerardo Baccher, figlio di un ricco banchiere di origine svizzera che, insieme ad altri fratelli, finanzia l’opposizione e trama per far cadere la nuova repubblica.
A Luisa viene consegnato dai Baccher un salvacondotto che lei però non pensa di usare e lo consegna al suo amante Ferri. Attraverso questo documento viene scoperta e quindi sventata la congiura.
I Baccher vengono arrestati e fucilati a Casteluovo (Maschio Angioino) lo stesso giorno dell’arrivo delle truppe del cardinale Ruffo.
Dirà Cuoco nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799” che il tribunale rivoluzionario <“ altro non fece che tingersi inutilmente del sangue degli scellerati Baccher“>.
Luisa Sanfelice, nel tentativo di sfuggire alla repressione, si rifugia in una soffitta della prorpia casa, ma viene scoperta ed arrestata
La condanna viene tragicamente eseguita l’11 settembre del 1800 tra l’indignazione generale: “ognuno la compiangeva”, dice un manoscritto del tempo considerando le sue vicende e la sua morte quasi a sangue freddo.

Pietro Colletta
Pietro Colletta nasce a Napoli il 23 gennaio 1775.
Fu avviato alla carriera militare nel 1796 e nel 1978 prese parte alla campagna contro i francesi.
Nel 1799 aderì alla Repubblica Partenopea per la quale fu giudice di un tribunale speciale contro i legittimisti borbonici. Al ritorno di Ferdinando IV di Borbone fu imprigionato e sfuggì alla pena di morte solo grazie alla corruzione di alcuni giudici. In seguito lasciò l’esercito e diventò ingegnere civile.
Quando i Borbone furono cacciati per la seconda volta nel 1806 e Giuseppe Bonaparte fu incoronato re di Napoli da Napoleone, gli fu restituito il suo grado e prese parte alla spedizione contro gli insorti in Calabria.
Sotto il regno di Gioacchino Murat fu suo aiutante di campo e consigliere di stato e sconfisse gli austriaci nella battaglia del Panaro nel 1815.
Dopo il ritorno dei Borbone le sue qualità eccezionali gli permisero di mantenere il grado malgrado la restaurazione di re Ferdinando e gli fu dato il comando della divisione Salerno. Durante i moti carbonari del 1820 il re lo chiamò a far parte del suo consiglio e quando fu sancita la costituzione, fu inviato a sottomettere i separatisti in Sicilia, compito che assolse con grande fermezza.
Per ordine di Antonio Capece Minutolo, il capo della polizia, che Colletta accusò sempre di astio nei suoi confronti, fu arrestato e, dopo aver rischiato di essere giustiziato, fu mandato in esilio a Brno, in Moravia.
Quando gli fu dato il permesso di tornare nel regno, egli si fermò a Firenze, in esilio volontario, e scrisse la “Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825”.
Morì a Firenze nel 1831.

Ammiraglio Francesco Caracciolo
Nacque a Napoli il 18 gennaio 1752 da Michele dei Caracciolo di Brienza, creato duca da Carlo di Borbone nel 1738, e da Vittoria Pescara, figlia del duca di Calvizzano.
Entrò in marina giovanissimo, a circa 7 anni, perchè il mare era la sua assoluta passione e, per la giovane età, ebbe bisogno di una speciale dispensa.
A 27 anni era Tenente di Marina e, poiché era anche Cavaliere di Malta, servì nella Flotta dell’Ordine impegnata nel contrastare la ”corsa” saracena battendo il bacino del Mediterraneo in lungo ed in largo.
Nota: Malta in quel periodo faceva parte del regno di Napoli.
Ai diretti ordini di Acton, si dedicò con passione alla ricostruzione ed all’ammodernamento della flotta napoletana.
Si diede inizio alla nascita dei gloriosi Cantieri Navali di Castellammare di Stabia che fece specializzare nella costruzione di navi da battaglia del tipo Fregata e Cannoniera.
Al comando di una di esse, la S. Dorotea, prese parte alla spedizione effettuata contro il Marocco e ritornò solo dopo di aver completamente distrutto il naviglio corsaro.
In riconoscimento di tali meriti ebbe il comando della nave S. Gennaro Vigilante e prese parte alla spedizione che la flotta congiunta spagnola e napoletana intrapresero contro l’Algeria.
Fu solo grazie all’acume di Caracciolo se la possente e famosa fortezza di Algeri fu costretta ad arrendersi perché era riuscito a smantellare dal mare, con continui tiri dalle sue navi che tenne sempre in prima linea, tutte le batterie di cannoni di cui la fortezza era munita.
Nel 1793 prende parte all’assedio di Tolone.
Il 14 marzo 1795, al comando della nave di linea da 74 cannoni Tancredi, fece parte della flotta anglo-napoletana che, agli ordini dell’ammiraglio William Hotham, combatté nella battaglia di Genova impedendo alla flotta francese rivoluzionaria di effettuare uno sbarco in Corsica. In quell’occasione fu assieme a Orazio Nelson che al comando della nave di linea da 64 cannoni Agamennone ricevette il battesimo del fuoco attaccando e catturando la nave francese di classe superiore Ça Ira.
Ormai indossa la divisa di Ammiraglio e quando la corte borbonica fu costretta a allontanarsi da Napoli per sottrarsi all’arrivo dei francesi e rifugiarsi in Sicilia fu affidata a lui la responsabilità di portare in salvo con la nave “Sannita” la Corte.
Caracciolo rimase esterrefatto nel ricevere la notizia che il Re aveva dato ordine di dare alle fiamme tutta la flotta napoletana affinché non cadesse integra ed in piena efficienza nelle mani dei francesi.
In questo doloroso ed inevitabile atto di guerra Caracciolo vide la fine della ”nazione napoletana” e della sua gloriosa marineria. Molti si chiesero perché si volle la distruzione di una magnifica flotta ben armata ed equipaggiata con marinai eccezionali invece di portarla in salvo in Sicilia. Gli unici cui poteva dare fastidio erano gli inglesi. Probabilmente fu un suggerimento di Nelson.
Nel 1799, autorizzato dal re, rientrò a Napoli per attendere ai suoi affari personali e si trovò in una città in cui persino le classi aristocratiche sembravano infatuate dai nuovi ideali rivoluzionari portati dai francesi; egli stesso iniziò a simpatizzare per quelle idee.
Aderì alla Repubblica Napoletana e combatté contro la stessa flotta reale borbonica di ritorno a Napoli per scacciare i francesi, colpendo fra l’altro, nel corso degli scontri, la nave Minerva dell’ammiraglio inglese Thurn.
La sua successiva fuga lo portò a Calvizzano, un tempo feudo della famiglia, ma fu scoperto grazie al tradimento da parte di un servo e il 29 giugno 1799 fu arrestato e condotto sulla nave di Nelson dove fu condannato a morte immediata.
La condanna fu eseguita il 30 giugno per impiccagione e il corpo dell’ammiraglio rimase appeso ad un pennone della Minerva e quindi gettato in mare.
Riemerse due giorni dopo, malgrado i pesi, ed allora fu raccolto e gli fu data regolare sepoltura.
Napoli gli ha dedicato il lungomare Caracciolo, la strada più bella della città ed una delle più belle in assoluto.
Parte delle notizie biografiche derivano dalla seguente fonte:
http://www.centrostudiscienzeantichena.it/storia/28-francesco-caracciolo-eroe-della-rivoluzione.html

Ferdinando di Borbone. Via Caracciolo
Via Caracciolo. Fonte foto: http://www.scoprinapoli.it/single/luoghi/viacaracciolo.html
Ferdinando di Borbone: Via Caracciolo di notte
Via Caracciolo di notte.

Eleonora Pimentel Fonseca
Eleonora de Fonseca, marchesa di Pimentel, vero nome Leonor da Fonseca Pimentel Chaves, nasce a Roma il 13 gennaio 1752 da una famiglia di origine portoghese approdata Roma e successivamente a Napoli. Molto incline alle lettere, sin da giovane compone versi arcadici molto apprezzati che la proiettano fra i personaggi più noti degli ambienti culturali della Napoli del ‘700.
Intrattiene intensi rapporti epistolari con Pietro Metastasio e con Voltaire, ed entra nell’Accademia dei Filateti ove assunse il nome di “Epolnifenora Olcesamante” (anagramma del suo vero nome e cognome) ed in quella dell’Arcadia con il nome di “Altidora Esperetusa”.
Si dedicò in seguito allo studio delle discipline storiche, giuridiche ed economiche. Fin dall’adolescenza partecipò ai salotti di Gaetano Filangieri, dove incontrò tra gli altri il dottor Domenico Cirillo e il massone Antonio Jerocades. Scrisse un testo di argomento finanziario e tradusse dal latino all’italiano, commentandola, la dissertazione dell’avvocato napoletano Nicola Caravita sui pretesi diritti dello Stato Pontificio sul Regno di Napoli.
Per i suoi meriti letterari venne ricevuta a Corte, e le fu concesso un sussidio come bibliotecaria della regina, ruolo che occuperà per molti anni.
Agli inizi del 1778 Eleonora Pimentel Fonseca sposa l’ufficiale e nobile napoletano Pasquale Tria de Solis, che però lascerà sei anni dopo a causa dei continui maltrattamenti subiti.
Intanto è andato accrescendosi in lei l’interesse per la politica fino ad aderire attivamente alle idee repubblicane e giacobine.
Nel 1780 divenne membro dell’Accademia Reale di Scienze e Belle Lettere e partecipò ai salotti letterari e massonici delle principesse Marianna Faraja di San Marzano e Giulia Carafa di Traetto di Minervino
Per il suo attivismo politico viene arrestata nell’ottobre del 1798 ma, con l’arrivo a Napoli dei francesi, tre mesi dopo riconquista la libertà. Durante la breve ma esaltante esperienza della Repubblica Napoletana, che insieme a Carlo Lauberg e pochi altri contribuisce a far nascere, si occupa della redazione del periodico ufficiale “Il Monitore della Repubblica napolitana una ed indivisibile”, uscito da febbraio a giugno del 1799, e scritto quasi interamente da lei. Ed è proprio questo il primo giornale che vara l’editoriale, poi adottato da tutte le altre testate.
Il primo numero apre con un messaggio di esultanza: “siamo liberi in fine, ed è giunto anche per noi il giorno in cui possiamo pronunciare i sacri nomi di libertà e uguaglianza, ed annunciarci alla repubblica Madre come suoi degni figliuoli e a’ popoli liberi d’Italia ed Europa come loro degni confratelli”.
Processata dalla Giunta di Stato, la marchesa di Pimentel è condannata a morte: viene impiccata, insieme al principe Giuliano Colonna, all’avvocato Vincenzo Lupo, al vescovo Michele Natale, al sacerdote Nicola Pacifico, ai banchieri Antonio e Domenico Piatti, a Gennaro Serra di Cassano il 20 agosto 1799, a Napoli, a soli 47 anni.
La restaurazione borbonica, insomma, in brevissimo tempo ha falciato quello che Benedetto Croce definirà “il fiore dell’intelligenza meridionale“.
Fonte notizie: http://biografieonline.it/biografia.htm?

Per finire ancora qualche aneddoto su Ferdinando
Si racconta che una notte cominciò a menare per il naso un soldato di guardia, tanto che la stessa sentinella, fortemente risentita, gli puntò contro il fucile. Il Re si salvò grazie all’intervento del Principe Sannicandro che lo accompagnava: il nobiluomo ed educatore del Monarca avvertì urlando la guardia che si trovava di fronte all’irriconoscibile Sua Maestà. La risposta del soldato fu rapida e lapidaria: “Ma i re non fanno simili porcherie!”.
In Sicilia: durante una battuta di caccia nella Tenuta del Cappellaro, Sua Maestà si ritrova vicino a uno dei caratteristici ovili siculi, con recinti delimitati da bassi muretti in pietra e basse casupole per la lavorazione del latte che facevano anche da momentaneo riparo per i pastori. Il Re giunge nel momento in cui tre pastori stanno facendo la ricotta dal latte ricavato dalle pecore.

Ferdinando ha fame dopo la prima fase mattutina della caccia; prende una pagnotta offerta dai tre poveruomini, la taglia, ne toglie la mollica e con la crosta restante ne ricava una specie di scodella dove versa la ricotta ancora calda. Rifiuta le posate porte con immediatezza dai suoi inservienti. In questo modo il Sovrano costringe, indirettamente, cavalieri e nobiluomini del suo seguito a mangiare nello stesso modo, con le mani (se lo fa il Re, gli altri non possono agire diversamente). Durante questo pasto Ferdinando decide improvvisamente di dimostrare la sua riconoscenza verso i pastori dicendo: “Cu’ non mangia ccu so’ cucchiaru, lassa tuttu ‘o zammataru” (“Chi non mangia con il suo cucchiaio -con le posate- deve lasciare tutto allo zammataru, al pastore”).
Nessuno aveva utilizzato le posate, quindi un patrimonio di forchette, coltelli e cucchiai in argento finirono nelle mani dei pastori, arricchitisi così in pochi minuti. Da sottolineare che il termine “zammataru” è quello che identificava il pastore che trasformava il latte in ricotta.
Fonte: http://gruppi.chatta.it/napoli-la-citta-d-o-sole-e-d-o-mare-/forum/tutto-su-napoli/1548265/ferdinando-il-re-lazzarone-e-le-sue-stranezze/tutti.aspx

Renato Ribaud nel suo libro “Tradizioni Popolari Napoletane” (ed. Gallina, 1982) racconta che poco dopo le nozze il fratello di Carolina, erede al trono d’Austria, fece visita al re e portò in dono un lussuoso vaso da notte di fabbricazione austriaca.
Ferdinando, che non era scemo e sospettava un messaggio nascosto di critica al suo modo di essere, si mostrò estremamente entusiasta del regalo e disse che un regalo così bello andava battezzato e sentenziò che la cosa migliore da fare era quella di dare al vaso il nome di chi lo aveva portato.
Decise quindi di chiamarlo zio Giuseppe, zì Peppe in napoletano. Da allora ed ancora oggi il pitale, nel dialetto napoletano, viene identificato con questo appellativo oltre che con quello di “cantero”.
Lo storico Ignazio Nigrelli raccontò un’altra storia di cànteri, per la quale invece <”o Rre non si divertì affatto”>. (Ci vogliono due erre per la corretta pronuncia)
Nel 1820 fu obbligato, assieme alla seconda moglie, ad un lungo e faticoso viaggio in carrozza nell’entroterra siciliano, territorio pieno di repubblicani che lo odiavano.
Arrivato a Caltagirone, le Autorità consegnarono pubblicamente e solennemente alla coppia reale un dono di artigianato locale: due enormi e vistosissimi zi’ peppi.
E Ferdinando, dopo aver ringraziato a denti strettissimi, in privato s’imbufalì dicendo “Questi perfidi repubblicani due càntari m’hanno donato!”. Aveva colto perfettamente il sottile messaggio d’invito: “ ‘O Rre, ma va’ a caca’ “.
Fonte: http://pulcinella291.forumfree.it/?t=67561658
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