Autobiografia: prova a scrivere la tua!

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Consigli per la scrittura
Malcom_X

Beh, una delle regole fondamentali che mi sento in dovere di menzionare nell’approccio a questo argomento è che prima di imbarcarsi in una tale opera, vale a dire quella del racconto della propria vita o di una parte di essa, bisogna essere sicuri di avere qualcosa di interessante da dire.
Sono certa che ognuno di noi pensi nel suo piccolo di essere unico e speciale, e così è davvero. Inoltre questo è uno degli aspetti principali di una buona autobiografia, poiché quando riviviamo le nostre esperienze o emozioni nei racconti degli altri si instaura un qualcosa di unico che ci fa sentire vicini all’altro: si chiama è empatia.
Empatia a parte però è anche necessario che nella storia che desideriamo raccontare ci sia quella scintilla in più, assicuriamoci insomma di avere qualcosa di interessante da dire, situazioni o emozioni profonde da sviscerare con sincerità.
Evitiamo però l’errore di credere che un’autobiografia sia il racconto dettagliato della nostra vita, dobbiamo distinguere cioè tra fabula e intreccio.
La fabula è l’ordine logico e cronologico di tutto l’insieme dei fatti, l’intreccio è l’organizzazione dei fatti così come strutturata dal narratore ed è composto da tutte quelle tecniche usate per presentare la storia e tutti gli artifici retorici impiegati.
Non dobbiamo scrivere quindi una sorta di diario personale e dettagliato, risulterebbe noioso alla scrittura e soprattutto alla lettura.
Si può decidere quindi di raccontare un arco di tempo in particolare o saltare da un momento all’altro. Si può anche partire esponendo sentimenti, emozioni e, perché no, la situazione attuale e poi riordinare il tutto. Oppure decidere di fare l’opposto e magari cominciare con qualche aneddoto della nostra infanzia.
Una cosa è certa: scrivere della nostra vita ci obbliga a metterci a nudo e possiamo farlo solo quando siamo disposti a guardarci allo specchio senza filtri. Parlare di noi ci obbligherà a guardare noi stessi e la nostra vita con occhi diversi e questo può generare forte emozione e commozione, o per lo meno questa è stata l’esperienza che ho avuto con le persone con cui ho lavorato come ghostwriter e che ho aiutato a scrivere della propria storia.
Per concludere, e questo vale per tutti coloro che amano scrivere in generale, la scuola migliore è sempre la lettura. Ecco quindi un esempio di ottimo incipit tratto da una delle migliori autobiografie in circolo.

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Da Malcolm X “Autobiografia” – Capitolo primo – Incubo

Autobiografia di Malcom_X. Copertina del libro
Autobiografia di Malcom_X. Copertina del libro

Quando mia madre era incinta di me, come mi disse in seguito, un gruppo di cavalieri incappucciati del Ku Klux Klan arrivò al galoppo, di notte, davanti alla nostra casa a Omaha nel Nebraska. Dopo aver circondato l’edificio, essi urlarono a mio padre di uscire: erano tutti armati di fucili e carabine. Mia madre andò alla porta principale e l’apri. Stando in piedi, in una posizione tale che potessero vedere che era incinta, disse loro che era sola con i suoi tre bambini e che mio padre era lontano, a predicare a Milwaukee. Gli uomini del clan urlarono minacciosi ammonendola che avremmo fatto bene a lasciare la città perché “i buoni cristiani bianchi” non erano disposti a sopportare che mio padre “facesse opera sediziosa” tra i “buoni” negri di Omaha con quelle idee di “ tornare in Africa “ predicate da Marcus Garvey.
Mio padre, il reverendo Earl Little, era un pastore battista e uno zelante organizzatore dell’Associazione di Marcus Aurelius Garvey, l’UNIA’. Con l’aiuto di discepoli come mio padre, Garvey, dal suo quartier generale di Harlem a New York, alzava la bandiera della purezza negra esortando le masse a tornare alla loro patria ancestrale in Africa,causa questa che aveva fatto di lui il negro più amato e insieme più criticato di tutto il mondo.
Urlando ancora le loro minacce, gli uomini del Klan spronarono alla fine i cavalli e galoppando intorno alla casa mandarono in pezzi tutti i vetri delle finestre con le canne dei fucili, Poi si allontanarono nella notte con le torce accese, rapidi com’erano venuti.
Quando ritornò, mio padre andò su tutte le furie. Decise di aspettare che io nascessi – cosa che era imminente – e poi di trasferire altrove la famiglia. Non so bene perché egli prese questa decisione: non era un negro che si lasciasse facilmente spaventare come allora erano quasi tutti e come molti sono ancora oggi. Mio padre era un uomo grosso, alto quasi un metro e novanta e aveva la pelle scurissima. Era orbo e io non ho mai saputo come avesse perduto l’occhio. Era nato a Reynolds, nella Georgia, dove aveva frequentato la terza o forse la quarta elementare. Come Marcus Garvey, era convinto che i negri non potessero mai conquistarsi in America nè la libertà né l’indipendenza nè il rispetto di sé e che perciò dovessero lasciare l’America ai bianchi e ritornarsene in Africa alla loro terra di origine. Tra le ragioni per cui mio padre aveva deciso di correre tutti questi rischi e di dedicare la propria vita alla propagazione di questa filosofia tra la sua gente c’era il fatto che aveva visto quattro dei suoi fratelli morire di morte violenta: tre di essi erano stati uccisi dai bianchi, uno dei quali linciato. Allora mio padre non poteva sapere che dei tre fratelli rimasti, lui compreso, solo uno, lo zio Jim, sarebbe morto nel suo letto per cause naturali. Più tardi, infatti, la polizia bianca del Nord avrebbe ucciso a revolverate mio zio Oscar e, infine, mio padre sarebbe morto per mano dell’uomo bianco.
Ho sempre avuto la convinzione che anch’io morirò di morte violenta ed ho fatto tutto quanto era in mio potere per prepararmi a tale evenienza…………..

 

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