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La Rift Valley africana: una spinta all’evoluzione

 

La Rift Valley Africana: una spinta all’evoluzione


L’Africa tenta di spaccarsi
Australopiteco
Cenni sulle fasi evolutive
Ipotesi contrarie e nuove supposizioni

L’Africa tenta di spaccarsi
Le rift valleys in generale sono delle grandi fratture all’interno delle masse continentali che si allargano progressivamente nel tempo, e rappresentano le fasi iniziali del complesso processo di estensione e rottura delle placche litosferiche continentali, anticipando la formazione di un nuovo bacino oceanico tra di esse.
La causa di questo va ricercata nelle placche che tentano di allontanarsi e la risposta superficiale a queste tensioni è la spaccatura della terra e la formazione di profonde valli con pareti parallele e verticali.
La nostra storia comincia circa 30 milioni di anni fa. Le tensioni tra le placche tettoniche africana ed araba, che hanno portato al distacco della penisola arabica dall’Africa continuano sotto il mar Rosso. Dopo altri 15 milioni di anni circa queste tensioni provocano delle fratture nella crosta dell’Africa Orientale, dal golfo di Gibuti fino al Mozambico, e generano un’intensa fase di vulcanismo che deposita delle colate importanti e causa successivamente il sollevamento della regione.
A questo antefatto si fa risalire la nascita della Rift Valley africana.
La crosta superficiale ha iniziato a “spaccarsi” alla velocità di pochi centimetri l’anno in alcuni punti, di una decina in altri, allargandosi quindi sempre di più.
All’epoca in quelle zone ed in tutte le zone ad Ovest e a Sud di esse esisteva un’immensa foresta pluviale dove le scimmie di allora avevano trovato il loro ambiente ideale.
L’ipotesi più accreditata sostiene che questi sconvolgimenti abbiano avuto un forte impatto sul clima: lentamente, ma progressivamente, nella zona orientale dell’Africa la vegetazione, che era di tipo forestale, si trasformò in erbosa, cedendo quindi il posto alla savana.
Tutto questo avveniva nel corso dei circa 25 milioni di anni successivi.
Finalmente più o meno 5 milioni di anni fa gli assestamenti finali della crosta terrestre fecero sprofondare il terreno e crearono la Rift Valley africana, una fenditura larga in alcuni punti anche centinaia di chilometri e visibile ancora oggi, pur se per alcune parti è andata ricoprendosi di terra e detriti e in altre parti ospita alcuni dei grandi laghi africani (Alberto, Eduardo, Kivu, Tanganyica, Niassa).
Prima o poi il “Corno d’Africa”, la regione che comprende Etiopia, Eritrea e Somalia è destinata a staccarsi dal resto del continente africano. Naturalmente il riferimento prevede tempi geologici, non tempi “umani”.
Separazione dei gorilla: non sappiamo se la Rift Valley sia stata la causa che ha portato alla separazione della linea comune (sottofamiglia degli Homininae) in due tribù: gorillini da una parte e hominini (scimpanzè ed umani) dall’altra. Le più recenti datazioni farebbero risalire questa radiazione evolutiva a oltre 10 milioni di anni fa.
Se la datazione di 10 milioni di anni è esatta, i gorilla si erano già formati prima che avvenisse lo sconvolgimento finale della Rift Valley.
Il gorilla oggi vive nella parte occidentale dell’Africa e altre poche specie di esso vivono nelle foreste che coprono i monti Virunga, nell’Africa centrale. Nella parte est della Rift Valley africana non si trovano fossili di gorilla: probabilmente prima del cataclisma erano già migrati ad ovest dove la foresta era rimasta immutata.
Già che siamo in tema di gorilla: un gruppo di genetisti americani ha effettuato lo scansionamento completo del DNA del gorilla. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista “Nature” nel 2008.
Tra l’altro questa mappatura ha riservato non poche sorprese anche nel campo della genetica: i geni associati alla demenza senile ed alle malattie cardiocircolatorie dell’uomo sono presenti anche nei gorilla, ma questi animali non presentano tali patologie. Se si riuscisse a capire il perché, i nostri nipoti potrebbero beneficiare proficuamente dei risultati di questa indagine.
Nel resoconto degli scienziati si leggono risultati sorprendenti: “Il 70 per cento del genoma umano è più simile a quello dello scimpanzé, ma un buon 15 per cento somiglia più a quello del gorilla”.
La compatibilità del DNA tra umani e gorilla è del 95% (con gli scimpanzé è del 99%).

Comunque sia, gli hominini che si sono trovati ad est della fenditura hanno dimostrato grande capacità di adattamento e molti sono rimasti ad affrontare la progressiva perdita di alberi nella zona orientale africana: da un certo punto temporale in poi la foresta, che prima era fitta e compatta, si era ridotta ad “oasi” tra le quali si era insinuata la savana. Una specie di pelle maculata.
Quando sorgeva la necessità di spostarsi da un’oasi all’altra alla ricerca di cibo e acqua, si poneva il problema di attraversare dei tratti scoperti, dove si poteva essere facile preda dei grandi carnivori.
Alcuni individui scoprirono che muovendosi sugli arti posteriori si riusciva ad avere un’andatura più sicura e spedita.
Chiariamo subito che questo modo di camminare era un fatto eccezionale, usato solo in particolari circostanze, ma scimmie arboricole erano e tali restavano. L’andatura eretta come portamento abituale non era assolutamente praticata e nemmeno concepita al di fuori del caso specifico.
Comunque gli individui che non la praticavano nei trasferimenti da un’oasi all’altra erano più facilmente ghermiti e la selezione naturale faceva in modo che sempre più soggetti fossero in grado di sollevarsi, ma sempre nei limiti indicati, perché era un adattamento, non un’evoluzione.
Tutto questo lo si ricava dall’esame dei fossili ritrovati. Sulla scorta di tali esami, si sono individuate tre gruppi di scimmie, di seguito illustrate.
Ardipitecus ramidis
L’ardipithecus ramidtis (resti trovati nel 1992/1993 ad Asa Koma) è vissuto in Etiopia dai 10 ai 5 milioni di anni fa; esso aveva un piede predisposto alla camminata bipede, ma conservava un alluce opponibile per arrampicarsi e afferrare le cose. Sembrerebbe essere l’antenato comune da cui derivano umani e scimpanzé.
Secondo alcuni scienziati il kadabba ed il tuguensis sarebbero sottospecie del ramidis, ma questa ipotesi è fortemente contestata.
Il termine “Ardi” significa “terra” nella lingua afar e quindi si può tradurre come scimmie di terra. Ramidis invece deriva dal greco e significa radice.
Orrorin tuguensis
Nella zona delle Tuguen Hills, in Kenia (anno 2000), furono trovati i resti di una scimmia cui venne dato il nome di Orrorin tugenensis (dalle Tugen Hills). Essa aveva femori adatti alla deambulazione bipede. Questo esemplare è stato datato a circa 6 milioni di anni fa.
Una analisi comparativa eseguita su di un frammento di femore di Orrorin, dimostra che i primi bipedi si sarebbero evoluti da specie ancora prevalentemente arboricole, ma che possedevano già in larga parte la capacità della stazione eretta, pur conservando gli alluci opponibili.
Nel dialetto tugen “orrorin” significa antenato.
Ardipithecus kadabba
Nel sito di Asa Koma (Collina rossa), nei pressi di Gibuti (Repubblica Indipendente di Gibuti che si trova tra l’Eritrea e la Somalia) in scavi compiuti tra il 1997 e 2001, vennero rinvenuti diversi fossili appartenenti a 5 individui della stessa specie. La loro età fu stimata intorno ai 5,6 milioni di anni.
Erano chiaramente fossili di scimmie che potevano avere camminatura bipede, pur restando nettamente idonee alla sosta sugli alberi.
La corporatura era quella di un moderno scimpanzé.

L’evento catastrofico che provocò la fenditura della Rift Valley separò i primati in due gruppi.
Gli individui che si trovarono ad ovest della fenditura continuarono ad usufruire del clima umido e della foresta pluviale, e proseguirono nelle loro abitudini, trasformandosi lentamente negli scimpanzé che conosciamo. La fenditura non poteva essere più attraversata e l’altro gruppo, ad est della fenditura, vide sparire, e questa volta più velocemente di prima, gli alberi della residua foresta e i suoi componenti si trovarono decisamente in una brutta posizione col rischio di estinguersi quasi pari al 100%. Molte specie animali che non avevano saputo adattarsi si estinsero in questa zona.
Era venuto infatti a mancare il riparo della foresta ed allo stesso tempo scarseggiavano le risorse alimentari legate alla presenza degli alberi.
Ora la posizione eretta diventava necessaria. In quanto alla dieta alimentare, essa in un primo momento era costituita da bacche e radici, ma la capacità di adattamento di questi primati era notevole e molti individui da erbivori si trasformarono in onnivori. In particolare il consumo della carne e il suo apporto di proteine animali ebbe effetto sulle dimensioni dell’encefalo e sullo scheletro.
Lo stato di necessità fece scattare una decisa radiazione evolutiva che progressivamente, con l’aiuto della selezione naturale, portò ad individui in grado di camminare con andatura eretta (anche se inizialmente goffa ed incerta) e sempre più forti, fino ad arrivare all’australopiteco (scimmia del sud, alla lettera), che si data intorno ai 2,8 o 3 milioni di anni fa e che si ritiene essere il tronco da cui partirono, con successive evoluzioni, i vari rami delle specie umane, che si diffusero “a cespuglio”, tutte estinte o sovrapposte e comunque scomparse tranne, ovviamente, la nostra.
L’artefice delle nuove evoluzioni fu ancora una volta la dieta: in un primo momento gli hominini che si erano orientati verso una dieta onnivora (deboli e poco abili fuori dal loro elemento) si accontentarono di fare gli spazzini della savana, cibandosi dei resti lasciati dai predatori. Ma la necessità aguzza sempre l’ingegno e piano piano si passò all’utilizzo di strumenti di offesa naturali (pietre grezze, grossi rami o qualunque altra cosa le mani potessero afferrare).
Questo, unito all’azione di gruppo, permise ai nostri antenati di affrontare la caccia per procurarsi carne fresca.

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Australopiteco

I resti più importanti di australopiteco furono scoperti nel 1959 nella gola di Olduval, in Tanzania. Poi nel 1973 la scoperta più famosa, quella di Lucy, di cui parleremo nel corso del capitolo.
Comunemente si ritiene che l’australopiteco sia il genere da cui poi è derivato quello umano. Esso è già figlio di una radiazione evolutiva. Naturalmente una specie si evolve un poco per volta, gradualmente, col meccanismo della riproduzione, attraverso le successive nascite, basandosi sul principio che gli elementi più deboli siano destinati a diminuire sempre di più e quindi le nuove nascite produrranno in numero sempre maggiore individui che possiederanno le nuove caratteristiche in misura progressivamente più marcata.
In una situazione disperata, quale quella che si creò in Africa a causa degli sconvolgimenti orografici e tellurici, quello che salva una specie è la capacità di adattarsi e di sopravvivere nell’ambiente ostile dando modo alla natura di seguire il suo corso attraverso i suoi tempi. Per fortuna i nostri hominini questo spirito lo ebbero, al contrario per esempio dei grandi sauri, che ai loro tempi non hanno saputo o potuto adattarsi alle mutate condizioni (provocate dall’impatto di un enorme meteorite sulla Terra) e si sono rapidamente estinti.
I piccoli sauri (allora i rettili dominavano cielo, mare e terra) invece hanno avuto modo di evolversi sia come rettili ancora, ma con caratteristiche diverse, sia come pesci, uccelli e mammiferi.
In particolare i cinodonti (cynodontia = denti di cane) , pur essendo ovipari, come ogni sauro che si rispetti, avevano mammelle ed allattavano i piccoli una volta che fossero usciti dal guscio. Essi sono ritenuti i precursori di tutti i mammiferi.
Articolo sull'evoluzione: cinodonte

Cinodonte

Torniamo alle nostre scimmie: esse si trasformarono lentamente in australopiteco. Non siamo ancora in presenza di un “homo”, perché i caratteri scimmieschi erano ancora forti. L’ossatura era compatibile con il portamento eretto e con una buona stabilità. Tuttavia molti scienziati ritengono che l’andatura fosse leggermente altalenante perché i piedi non si erano ancora trasformati del tutto. Le braccia restavano troppo lunghe e questo vuol dire che qualche arrampicata sugli alberi, ove possibile, riuscivano ancora a farla. Si stima che l’australopiteco sia comparso sulla Terra intorno ai 3 milioni di anni fa.
La presenza di hominini compatibili con il genere “australopiteco” è stimata in 2 o 2,5 milioni di anni. Verso la fine di questo periodo una nuova radiazione evolutiva fece trasformare questo ceppo in tre distinte specie di ominidi. Lo vedremo nel capitolo successivo.
Intorno ai 2 milioni e mezzo di anni fa gli australopitechi si divisero in due gruppi: alcuni mantennero una dieta vegetariana, a base prevalentemente di radici, sviluppando denti robusti, mentre altri si orientarono verso una dieta onnivora: mandibole e denti diventarono più piccoli, ma aumentò il volume della scatola cranica e con essa il cervello.
Durante la fase della successiva evoluzione furono utilizzati i primi, rudimentali, attrezzi di pietra.
Lucy (australopiteco afarensis)
E’ l’antenato più famoso tra quelli che conosciamo. Il nome scientifico deriva dal fatto che i suoi resti furono scoperti nel 1974 nella regione di Afar (Etiopia) dall’americano Donald Johanson. Il nome “familiare” risente invece dei gusti musicali dello scopritore il quale, appassionato della musica dei Beatles, la volle chiamare così in omaggio alla canzone “Lucy in the sky with diamonds”.
L’esemplare risulta essere chiaramente femmina dall’analisi delle ossa del bacino.
Si stima che sia vissuta tra 3 e 2,5 milioni di anni fa e dall’analisi delle ossa si evince che potesse avere andatura eretta. Non sono state trovate ossa del piede.
L’altezza di Lucy era intorno al metro e 10 per un peso di circa 30 kg.
L’età di Lucy è stata stimata in 18/20 anni. Non era affatto giovane, come si sarebbe portati a credere misurando col metro della nostra età, ma anzi era abbastanza matura, avendo un’aspettativa di vita di circa 25 anni al massimo.
Lo spessore dello smalto dei denti, poi, indica che si nutriva prevalentemente di cibi piuttosto coriacei, probabilmente radici soprattutto.
La teoria più seguita accredita Lucy come nostra progenitrice diretta.
I resti di Lucy sono stati trovati poco distanti da quelli di altri individui della stessa specie, almeno 13. Questo fatto ha indotto gli scienziati a ritenere che questo tipo di australopiteco vivesse già in gruppo.
Tutti questi ominidi furono probabilmente travolti da una ondata di fango ed i loro resti, sepolti dal limo e dai detriti, hanno potuto conservarsi in attesa della loro scoperta.
Articolo sull'evoluzione: Lucy

L’aspetto che aveva Lucy, la femmina di Australopithecus afarensis trovata ad Hadar, in Etiopia.
Fonte foto: https://www.focus.it/scienza/scienze/laustralopiteco-lucy

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Cenni sulle fasi evolutive

L’argomento dell’articolo è l’impatto della Rift Valley africana sull’evoluzione che ha portato al genere umano e quindi si sarebbe potuto concludere col precedente capitolo, ma non si può chiudere senza fare un accenno, anche se telegrafico, a quanto è successo dopo.
L’australopiteco afarensis si diversificò, nella sua evoluzione, in due generi: Paranthropus e Homo.
Il primo genere si divide in due rami:
Primo ramo: australopiteco africanus, australopiteco robustus, estinzione.
Secondo ramo: australopiteco aethiopicus, australopiteco boisei, estinzione.
Il secondo genere si considera più lineare (ma è una semplificazione): homo habilis, homo erectus, homo sapiens.
La parola estinzione usata per chiudere i primi due rami, non deve trarre in inganno perché è anch’essa una semplificazione. Noi non sappiamo che ne è stato effettivamente di questi ominidi. La spiegazione più probabile è che si siano mischiati ed i caratteri meno forti siano regrediti. In alcuni fossili più evoluti si trovano tracce di individui considerati di altra specie.
La natura non lavora con rigidi principi matematici ma con duttili criteri statistici e non ha bisogno di classificazioni. Siamo noi che per comodità di esposizione lo facciamo e quindi quelli indicati sono i rami “standard”, ma sicuramente ci sono state “deviazioni” e possono essere esisiti individui con caratteristiche sia di un ramo che dell’altro, diversamente ripartite. Man mano che si hanno ritrovamenti le ipotesi vengono aggiornate, se necessario. Ci sono ancora dei “salti”, degli anelli mancanti nella continuità e le sorprese sono sempre possibili.
Ci sono nuovi ritrovamenti di fossili di australopiteco più evoluto sia del robustus che del boisei, ed altri di homo meno evoluto dell’habilis. Se ne parlerà in un prossimo articolo.
Primo ramo del primo genere:

Australopiteco africanus detto anche australopiteco gracile: la prima scoperta dei resti di questo ominide si ebbe negli anni ’20 del 1900 a Dart (Sud Africa).
Altri fossili sono stati ritrovati dentro anfratti del Transval: caverna Sterkfontein, Awartkrans, Taung.
Il termine “gracile” gli è stato dato perché i resti ritrovati fanno ritenere che non fosse dotato di grande forza fisica.
Gli Africanus non vivevano nelle grotte dove sono stati reperiti i resti, ma vi sono stati portati dai predatori che li avevano uccisi per poterli mangiare lontano dalla concorrenza.
Questi ominidi vivevano in savane con alberi dove si rifugiavano per la difesa o la raccolta di cibo. La datazione porta l’Africanus da 3,3 a 2,4 milioni di anni fa.
Quindi successivi ma per un breve periodo iniziale anche contemporanei agli ultimi esemplari di australopiteco afarensis. Questo è del tutto normale se si hanno in mente i meccanismi evolutivi di cui abbiamo parlato in precedenza.
Il tempo di “accavallamento” indica più o meno la durata dell’evoluzione fino al suo compimento.
I caratteri dell’Africanus sono più evoluti rispetto all’australopiteco, ma tuttavia essi restano sempre più scimmie che uomini. Le braccia però si accorciano, l’andatura è bipede, ma non esclusivamente.
Dai grossi denti si ricava che la dieta era vegetariana.
Gli africanus maschi erano alti circa 1,40 metri con un peso di 40 kg., mentre le femmine 1,20 metri e pesavano circa 30 kg.
Australopiteco robustus: Il primo esemplare di questa specie venne scoperto nel 1938 nel giacimento fossilifero di Kromdraai in Sudafrica. I caratteri sono più o meno gli stessi dell’africanaus, ma tutto è più accentuato e per questo si è deciso di considerarlo una diversa specie.
Al momento non ci sono ritrovamenti che possano stabilire in modo certo che ci siano state ulteriori evoluzioni di questo ramo e quindi lo si considera “estinto”. Il discorso però rimane aperto (vedi fine paragrafo precedente).
Secondo ramo del primo genere:
australopiteco aethiopicus: la prima scoperta di fossili si ebbe nel 1985 tra i sedimenti della formazione di Nachukui, vicino al lago Turkana (ex lago Rodolfo) in Kenya. Altri ritrovamenti si sono avuti in Etiopia, nel bacino del fiume Omo, in Kenya (West Turkana) ed in Tanzania (Laetoli).
Questo ominide non differisce moltissimo dall’australopiteco afarensis. E’ stato datato a 2,5 milioni di anni fa. Dai pochi resti a disposizione si deduce che doveva essere un ominide alto circa 1,50 m o 1,60 m, con una calotta cranica piuttosto piccola, bassa e allungata, dalla capacità di circa 410 cm cubi, vale a dire leggermente inferiore a quella di altri Paranthropus.
La dieta era erbivora, con muscoli masticatori molto sviluppati.
australopiteco boisei: la scoperta dei primi fossili di questi esemplari si è avuta nel 1959 nella gola di Olduvai in Tanzania. Essi risalirebbero a 1,7 milioni di anni fa.
Questo ominide sarebbe stato presente per circa 1 milione di anni, da 2,4 a 1,4 milioni di anni fa.
Anche il bosei aveva una dieta vegetariana composta da cibi anche duri come denotano i molari piatti e le poderose mascelle. Gli è stato dato, per questo motivo, il nomignolo di “uomo schiaccianoci”.
Un attento esame dei resti ha portato a ritenere che anche lombrichi e cavallette facessero parte della sua dieta.
Anche per questo secondo ramo vale il discorso che abbiamo fatto per il robustus e quindi per il momento viene ritenuto “estinto”.
Per il secondo genere riteniamo troppo riduttivo fare una rassegna stringata e quindi si rimanda ad un prossimo articolo per uno svolgimento più consono.

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Ipotesi contrarie e nuove supposizioni

Tra le voci di scetticismo rileviamo quella di Lord Solly Zuckerman (Città del Capo, Sudafrica, 1904 – Londra, 1993), che è stato uno scienziato che ha studiato a lungo le scimmie. Secondo la sua opinione l’australopiteco era soltanto una scimmia e non ha nulla a che vedere con l’evoluzione umana.
Gli scienziati favorevoli alla teoria tradizionale hanno ritenuto l’australopiteco antenato dell’uomo valutando l’ampiezza dell’angolo portante del ginocchio.(circa 15°).
Da questo si è ritenuto che fossero in grado di camminare eretti.
Coloro che sostengono l’ipotesi contraria dicono che questa caratteristica sta ad indicare unicamente l’attitudine di queste scimmie ad essere esperte scalatrici di alberi. L’angolo più grande riportato tra i primati viventi si trova nell’orango e nella scimmia ragno, ambedue ottimi arrampicatori. In altre parole, la proprietà anatomica che gli evoluzionisti ritengono essere la prova della postura eretta di questi animali è in realtà un attributo comune presente ancora oggi nelle scimmie arboricole e non è indice di bipedismo.
Charles Oxnard (nato nel 1933) della Western Australia University ha paragonato la struttura degli australopitchi a quella dei moderi oranghi.
Inoltre, le articolazioni del polso di Lucy dimostrano che questo animale camminasse sulle nocche. Brian G. Richmond e David S. Strait dell’università George Washington riscontrarono infatti, dall’analisi del reperto, ben quattro caratteristiche scheletriche del radio distale degli scimpanzé e dei gorilla. Con la TAC al labirinto osseo dell’orecchio interno, facente parte dell’apparato vestibolare e responsabile dell’equilibrio, compiuta dall’anatomista Dr. Fred Spoor e dai suoi colleghi dell’University College di Londra, è stato dimostrato senza ombra di dubbio che “le dimensioni del canale semicircolare nei crani attribuiti agli Australopithecus erano simili a quelle delle scimmie”.
Fonte: http://www.iltimone.org/33026,News.html
Questi studi non hanno cambiato l’opinione prevalente, ma pensiamo che qualche dubbio possano averlo sollevato. Comunque l’australopiteco è sempre stato considerato più scimmia che umano anche da chi sostiene la tesi tradizionale. Alla fine la questione riguarda il portamento degli australopitechi: erano bipedi (anche se solo a tratti) o esclusivamente quadrumani?
Se non discendiamo dagli australopitechi da dove diavolo veniamo allora? L’uomo non può essere comparso per incanto sulla Terra, a meno che non vogliamo considerare le ipotesi che implicano la presenza di extraterrestri o fenomeni sul tipo di quelli narrati da Arthur Clarke nel suo libro e da lui sceneggiati nel film di Stanley Kubrik “2001 Odissea nello spazio”.
Ipotesi veramente fantasiose, non c’è dubbio.
Grecopiteco: Nel 2012 il professor Nicolai Spassov del Museo Nazionale di Storia Naturale di Sofia, in Bulgaria, riportò la scoperta di quello che potrebbe essere stato il più giovane fossile di scimmia europea mai rinvenuto: un dente di Graecopithecus, un primate che viveva nell’Europa dell’est 7 milioni di anni fa, quando già le grandi scimmie avevano abbandonato il continente.

Dallo studio dell’unico altro fossile di Graecopithecus trovato in Grecia nel 1944, si è scoperto che le radici dei premolari erano fuse, come nell’uomo e negli australopitechi.
Anche altre caratteristiche fanno ritenere che il Grecopiteco non fosse una comune scimmia ma facesse parte della sottofamiglia che comprende umani, gorilla e scimpanzé, di cui potrebbe essere stato il progenitore.
Il grecopiteco sarebbe vissuto 7,5 milioni di anni fa. Il più antico ritrovamento di un nostro antenato in Africa è il Sahelantropo che sarebbe vissuto nel Chad circa 6/7 milioni di anni fa.
Se tutte le premesse sono esatte allora le scimmie sarebbero originarie dell’Europa e poi migrate in Africa quando il clima europeo si mostrò non più gradevole per loro.
Homo naledi: nel 2015 è stata fatta una scoperta eccezionale veramente in grado di rivoluzionare tutte le teorie accettate finora. In una grotta (detta Rising Star) del Sudafrica è stato rinvenuto un enorme giacimento di ossa, circa 1500 frammenti appartenuti a 15 individui distinti, databili tra i 2 e 2,5 milioni di anni fa.

L’Homo naledi sarebbe appartenuto ad una delle specie più primitive del genere homo. Il cervello era piccolo, il corpo abbastanza lungo e snello. L’altezza era circa 1,5 metri ed il peso sui 45 kg.
Le mani erano in grado di manipolare attrezzi, ma le dita molto curve tradivano ancora la natura di arrampicatore.
La maggiore sorpresa deriva dai piedi, uguali a quelli dell’uomo moderno.
Se calcoliamo che l’homo abilis data meno di un milione di anni, siamo veramente di fronte ad un ritrovamento che può mettere tutto in discussione o, come minimo, far aprire un nuovo ramo per il genere homo, collaterale a quello habilis.
Il contesto nel quale sono stati trovati i resti fa pensare ad una sepoltura di morti. Tra l’altro i resti non recano segni di morsi o altre offese. Però la sepoltura dei morti la si riteneva conquista dell’homo sapiens, che la praticò a partire da 200.000 anni fa.
La ricerca comunque è ancora troppo recente per portare a conclusioni e pare che il sito sia pieno di resti che potrebbero svelare altri segreti.
Impronte di Laetoli:
Nel 1978 a Laetoli, nella zona protetta di Ngorongoro, in Tanzania, furono scoperte misteriose impronte di 3,7 milioni di anni fa che mettono in luce la presenza di una postura eretta, con piedi senza alluce opponibile e dotati di arcate ben formate. Sono orme lasciate su uno strato di ceneri vulcaniche ed appartenute a tre individui di diversa taglia. Si pensò a padre, madre e figlio.
Una più recente ricerca italiana ha scoperto una serie di altre due orme che andavano nella stessa direzione delle precedenti, ad esse parallele, poste ad una distanza di circa 20 metri.
Dalla somma delle impronte delle due scoperte sembra che la comunità di questo australopiteco doveva essere molto simile a quella dei moderni gorilla, poligama e ad alto dimorfismo sessuale (grande differenza fisica tra maschio e femmina).
Si spera di trovare altre impronte che possano dare ulteriori informazioni.
E’ possibile, per non dire probabile, che nel futuro ci saranno altre sorprese e magari tutte le ipotesi oggi più accreditate, descritte in questo articolo, dovranno essere riviste e riproposte su altre basi.
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